DOCENTI

La crisi dei partiti e la soluzione europea

bandiera-unione-europea

Molte acute analisi della situazione italiana sono state fatte alla luce dei risultati elettorali. Molti si interrogano in particolare sulle ragioni della disfatta del PD e di LeU. Ma queste riflessioni sono svolte principalmente da una prospettiva interna, talvolta con analogie con quanto accade negli altri Paesi. Ma ci sono degli aspetti strutturali ed europei che possono illuminare in modo diverso la situazione, specialmente della sinistra e della sua crisi in Europa. Alcuni la considerano praticamente inevitabile, altri vedono la soluzione in una riscoperta di temi e valori del passato, che però è stata rigettata dagli elettori in quei Paesi dov’è stata tentata – che si tratti dei socialisti francesi, spagnoli, greci, della Linke, di SEL e LeU, ecc. È importante comprendere le ragioni profonde dello sviluppo di partiti nuovi – anti-sistema o meno – e dell’indebolimento di quelli tradizionali.

La crisi dello stato-nazionale – ovvero l’impossibilità di garantire i beni pubblici fondamentali della sicurezza e dello sviluppo a livello nazionale – sta trascinando con se i partiti che storicamente si sono sviluppati in tale quadro. Perfino in Germania i voti presi dai partiti della Grande coalizione, sono nettamente inferiori a quelli della prima grande coalizione a guida Merkel, nonostante la Germania sembri agli altri un Paese ben governato, in crescita e addirittura egemone in Europa. La realtà è che quei beni essenziali sono stati forniti per 70 anni dall’ombrello militare americano e dall’integrazione europea. Lo spostamento del focus strategico americano verso il Pacifico ha creato un vuoto di potere e la destabilizzazione dell’area di vicinato intorno all’Europa, con l’ondata migratoria che ne è seguita. L’unificazione monetaria non accompagnata da quella economica non è in grado di garantire un nuovo ciclo di sviluppo. Di qui il malcontento, l’erosione del consenso per i partiti tradizionali e lo spazio per la nascita di partiti nuovi nei vari Paesi europei, con sfumature differenti secondo il contesto specifico.

La sinistra soffre maggiormente perché servono istituzioni forti e risorse di bilancio per fare politiche economiche attive e redistributive, collegate al rafforzamento, pur nell’evoluzione, dello stato sociale. Gli Stati nazionali non le hanno più, e non potranno mai più averle in un contesto globale. Al contempo l’Unione Europea non le ha ancora. Ecco perché quando va al governo negli Stati la sinistra non riesce ad incidere più di tanto su sviluppo, equità e diseguaglianze, né a cambiare le politiche europee. L’UE ha due soli veri poteri federali: la moneta, gestita dalla Banca Centrale; e una capacità di regolamentazione legislativa vincolante e preminente su quella nazionale. In un certo senso viviamo in una incompleta Repubblica Europea: abbiamo un legislativo, un giudiziario e una banca centrale a livello europeo; ma ci mancano il governo e il bilancio. Pertanto la risposta alla crisi è arrivata sotto forma di azione della BCE e di nuove e più stringenti regole e controlli sui bilanci nazionali: erano le uniche cose che l’UE aveva il potere di fare.

Servono una politica estera, di sicurezza e di difesa uniche, per provare a stabilizzare l’area di vicinato e gestire i flussi migratori. E un bilancio europeo adeguato – oggi è appena lo 0,9% del PIL – per rilanciare gli investimenti e garantire un adeguato livello di solidarietà e di risposte alle crisi. Il Rapporto McDougall già prima di Maastricht indicava un bilancio del 5% del PIL come necessario per sostenere un’unione economica e monetaria funzionante ed efficiente. C’è una ragione se tutte le entità politiche moderne oltre al legislativo, al giudiziario e alla banca centrale hanno anche un governo: senza non funzionano. L’Unione Europea ha bisogno di un governo e di un bilancio federale.

Per Renzi nel 2017 le elezioni sarebbero state sull’agenda europea favorendo il PD. Ciò vale anche nel 2018 se solo il PD avesse incentrato la sua campagna in tal senso. Invece ha fatto lo stesso errore di Schulz: non ha fatto della scelta europea il punto centrale dello scontro politico in campagna elettorale, come avvenuto in Francia. Però così il PD rischia, come accaduto a Schulz e alla SPD, di dover fare poi scelte responsabili per garantire la collocazione europea dell’Italia e non mandare in malora il Paese.

Le forze politiche tradizionali, ed in particolare la sinistra, possono riprendersi solo rilanciando il progetto di Ventotene di una vera Unione federale, dotata di un governo e di un bilancio in grado di garantire i beni pubblici della sicurezza e dello sviluppo. In tale quadro la sinistra potrà credibilmente proporre e poi realizzare politiche più orientate alla lotta alla diseguaglianze di quanto farebbe la destra. Renzi e Schulz non hanno avuto il coraggio di fare dell’Europa la loro bandiera elettorale. La paura ha prevalso sulle idee. Macron ha vinto in Francia dicendo la verità, cioè riconoscendo che da sola la Francia non può garantire sicurezza e benessere e promettendo di rifondare l’UE affinché sia in grado di “proteggere” i suoi cittadini. Si tratta di una lezione importante per tutte le forze di sinistra europea. Il luogo in cui mostrare di averla compresa è il Parlamento Europeo. Se non vogliono andare incontro a una disfatta alle elezioni europee del 2019 devono prendere ora l’iniziativa di proporre un’ambiziosa riforma dell’UE, sfruttando il clima favorevole creato da Macron, che possa costituire la loro piattaforma per le elezioni europee. Se anche a livello europeo la paura prevarrà sulle idee, il loro destino è segnato.

Roberto Castaldi
Docente eCampus su l’Espresso

Contattaci
SHARE
RELATED POSTS
ministro-tria
Una proposta europea per il Ministro Tria sul rilancio degli investimenti pubblici
g7-2018
L’impotente inutilità del G7
palazzo-madama
Gli interessi generali soccombono sotto quelli delle singole forze politiche