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Gli interessi generali soccombono sotto quelli delle singole forze politiche

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Il realismo politico è una delle più antiche e affermate tradizioni teoriche occidentali. Nella sua versione contemporanea si fonda sull’idea della ragion di Stato. In realtà si dovrebbe parlare di “ragion di potere”, perché la logica del potere si manifesta a diversi livelli di analisi. Oltre alla ragion di Stato, ci può essere la ragion di coalizione, di partito, di corrente, del singolo leader politico. In Italia ciò è particolarmente manifesto.

Tutti i media hanno messo in evidenza in questi giorni i diversi interessi di Forza Italia, o specificamente di Berlusconi da un lato, e della Lega e di Salvini dall’altro, giusto per fare un esempio di interessi diversi nel quadro della stessa coalizione. La Lega ha fatto un accordo con il M5S sulla presidenza delle Camere che si è rivelato più solido dei legami di coalizione, e che ha utilizzato per affermare la propria leadership ai danni di Forza Italia e cristallizzare con chiarezza i rapporti di forza nel centro-destra emersi dalle elezioni.

Vi sono più dubbi su quale sia l’interesse del M5S. Andare al governo? Ma con chi? E per fare cosa? Fare un accordo con la Lega per un governo che duri poco, riformi la legge elettorale e permetta a M5S e Lega di tornare alle urne e confrontarsi per il governo contando di fagocitare gli elettori del PD e di FI rispettivamente? O dar vita ad un esecutivo di legislatura che dia il tempo di realizzare almeno in parte il programma elettorale? E in questo caso sarebbe meglio avere un appoggio – magari esterno – del PD, o un accordo con la Lega?

E qual è l’interesse del PD? E quello di Renzi? L’ex segretario spinge perché il PD si rigeneri all’opposizione, sperando che basti questo per recuperare i voti persi per strada negli ultimi anni. La scommessa è che gli altri non riusciranno a governare decentemente il Paese, contribuendo a far vedere che si stava meglio quando c’era lui al governo. Ma è l’interesse del PD fare l’opposizione a prescindere, dismettendo completamente il senso di responsabilità che l’aveva finora contraddistinto in quanto principale forza di governo?

La cosa che colpisce in questa sintesi del dibattito politico italiano è che ben pochi si domandino quali siano gli interessi dei cittadini italiani. Il problema maggiore che si incontra oggi è che l’interesse dei cittadini di ottenere risposte ai problemi principali – rilancio dell’economica e dell’occupazione (che richiedono riforme strutturali e investimenti), sicurezza e migranti – non coincide con la ragion di potere dei principali attori politici. I grandi problemi possono avere risposta solo a livello europeo, ma gli attori politici si pongono in un’ottica del tutto diversa. Pochi collegano lo stallo italiano con il nulla di fatto della riunione della scorsa settimana del Consiglio Europeo – la riunione dei Capi di Stato e di Governo europei. Da qui a giugno bisognerebbe delineare la riforma dell’Unione Economica e Monetaria, ma se la terza economia dell’Eurozona è senza governo e non si sa quale linea politica prenderà al riguardo, è difficile prendere una decisione. Va definito il prossimo bilancio europeo: aumentarlo dall’attuale ridicolo 0,9% del PIL o no? Investire massicciamente su controllo delle frontiere, integrazione dei migranti e politica europea dell’asilo? Realizzare un Piano Marshall per Africa e Medio Oriente? Anche a costo di ridurre un po’ i sussidi della Politica Agricola, e i fondi di coesione? Fondi che nel Mezzogiorno italiano non hanno fatto la differenza, diversamente da quanto accaduto in Spagna, Portogallo, Irlanda e Paesi dell’est dove c’era meno corruzione e una classe dirigente in grado di utilizzarli al servizio di un piano di sviluppo complessivo. Lavorare alla creazione di una Procura anti-terrorismo e di una intelligence europea e rafforzare rapidamente l’integrazione della difesa, per far fronte alle sfide della sicurezza, dal terrorismo agli attacchi informatici, alle tensioni geopolitiche intorno all’Europa? Ma quale sarà la posizione italiana su tutto questo?

Tutti questi temi sono centrali rispetto agli interessi dei cittadini, ma non entrano nel dibattito italiano. Perché la politica a livello nazionale è ormai soltanto lotta per il potere. Un potere però fittizio, che riguarda nomine e prebende, non la capacità di rispondere realmente ai problemi dei cittadini. Un potere troppo debole per affrontare le grandi sfide e i cambiamenti in corso sullo scenario mondiale, in cui si consolidano leader autoritari e si indebolisce la democrazia liberale. Per questo mentre la (lotta) politica resta nazionale, le politiche (pubbliche) sono sempre più europee. Che ci piaccia o meno le decisioni fondamentali sono prese collettivamente a livello europeo. Questo vale sul piano economico (ad esempio si discute se la Commissione europea imporrà all’Italia una manovrina di correzione dei conti pubblici in primavera e di quale entità), come su quello dei migranti (l’UE proseguirà l’accordo con la Turchia, riuscirà a farne di analoghi con i Paesi dell’Africa del nord?), del commercio (riuscirà la Commissione ad ottenere un’esenzione permanente dai dazi americani?), ecc.

Eppure sembra che non ci sia in Italia una forza politica in grado di farsi carico di questi interessi generali e di subordinare quindi qualunque forma di appoggio ad un governo a una posizione chiara su questi temi: a favore di una riforma dell’eurozona che includa una capacità fiscale e di prestito per rilanciare investimenti e crescita; di una rapida trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo allargando i suoi compiti e democratizzandone la governance; di un ampliamento del bilancio europeo e di una politica europea sui migranti; di un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali e del superamento del paralizzante meccanismo dell’unanimità. Una forza politica che abbia il coraggio di ammettere con Macron che solo a livello europeo si possono affrontare le grandi sfide e che è ora di rifondare l’Unione. Che è questa la principale sfida su cui dovrà impegnarsi il prossimo governo italiano, e che pertanto è disponibile a sostenere chiunque la faccia propria. In Francia i grandi partiti tradizionali che hanno governato durante tutta la V Repubblica sono stati spazzati via da Macron e En Marche con questo messaggio. In Italia rischiano di essere spazzati via dalla Lega e dal M5S, e questo messaggio è probabilmente l’unica loro speranza di rigenerarsi. Sapranno capirlo?

Al livello europeo gli unici attori che sono portati per natura a farsi carico della ragion di Stato europea sono soltanto la Commissione, il Parlamento e la Banca Centrale europei. Infatti sono queste istituzioni che hanno messo in campo le proposte più avanzate su tutti questi dossier. La Commissione con la flessibilità e il Piano Juncker di investimenti. La BCE con il quantitative easing e la sua politica monetaria. Il Parlamento con proposte relative alla riforma dei Trattati per arrivare ad una vera capacità fiscale e di prestito europea per rilanciare gli investimenti, farsi carico del controllo delle frontiere e di una più efficace e solidale politica dell’accoglienza e dell’integrazione, e per lanciare un Piano Marshall per l’Africa e il Medio Oriente. Eppure da soli possono poco, perché il potere di decidere in ultima istanza in questa Unione incompleta e imperfetta, rimane in larga misura nelle mani dei governi nazionali riuniti nel Consiglio e paralizzato dall’unanimità. Tanto che il Presidente della Commissione Juncker ha osato dire la verità sui lavori del Consiglio Europeo: alla riunione di marzo si decide di ridiscutere le grandi questioni alla riunione di giugno, a quella di giugno si rimanda ad ottobre, e poi non ci si torna più. Questo è il livello di (ir)responsabilità delle classi dirigenti nazionali, dove la politica si basa sugli interessi dei singoli leader e partiti e non su quelli dei cittadini.

Roberto Castaldi
Docente eCampus su l’Espresso

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