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L’erede di “True detective”

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La scomparsa di bambini, un investigatore interpretato da un attore eccezionale: l’ossessione del male assoluto da “The missing” a “Baptiste”.

C’è una serie che, sempre più intensamente, sta raccogliendo l’eredità della prima stagione di True detective. Non arriva certamente al rilievo artistico della crazione di Pizzolatto e Fukunaga, che a questo punto vanno considerati come due lobi di uno stesso cervello – mancando uno (il regista), si è apprezzata l’insufficienza dell’altro (lo showrunner). È The missing la piccola grande narrazione, tutta europea, che nel corso delle puntate e delle stagioni ha visto emergere l’elemento significativo, che fa da collante e prospettiva al lavoro autoriale e registico: e si tratta del protagonista, prima più o meno occulto e poi sempre più centrale e irrinunciabile, ovvero il personaggio di Julien Baptiste, detective specializzato in casi di scomparsa di minori, che opera un po’ dappertutto nell’Europa continentale del nord, tra Francia e Inghilterra e Germania e Belgio e Olanda, in modo sorprendentemente nomade e affettivamente coinvolgente. The missing è nato cinque anni fa, per BBC, con una stagione formidabile, per potenza narrativa e resa cinematografica. Si raccontava il caso della scomparsa del piccolo Oliver Hughes nel 2006, durante la fase finale dei campionati mondiali di calcio, che l’Italia avrebbe vinto ai danni proprio della Francia, la location principale del racconto. Un casting eccezionale aveva dato volti perfetti, e perfettamente perturbanti, a una vicenda che ricordava da vicino la scomparsa di Maddie McCann, la piccina rapita nell’Algarve portoghese, vicenda a sua volta diventata ora una serie crime, ma in declinazione documentary. Gli autori di The missing, i fratelli Harry and Jack Williams, scelsero per la prima stagione un paese del nord francese, Châlons du Bois (cittadina immaginaria, che in realtà è Huy, piccolo paese belga), ambientandovi il rapimento (davvero un rapimento?) ai danni di una famiglia londinese in vacanza. Un racconto strepitoso, che doveva imperniarsi sull’interpretazione altrettanto strepitosa dell’attore che impersonava il padre del piccolo Oliver, James Nesbitt – volto da working class e da hooligan di mezz’età, una capacità straordinaria di tenere costante la tensione attraverso cambi di epoca e sconfortanti attese e rivelazioni più o meno clamorosamente illusorie. Se la produzione puntava tutto sull’interpretazione di Nesbitt, la realtà della serie ha permesso a un personaggio alternativo di imporsi, attraverso una prova d’attore e uno standing personale d’eccezione. È l’attore turco Tchéky Karyo a dare il volto a Julien Baptiste, coriaceo indagatore della misteriosa scomparsa del piccolo Oliver a distanza di anni. È un interprete che il grande cinema avrebbe dovuto scoprire ben da prima dell’impego per una serie tv che, a conti fatti, non si pensava potesse aggiudicarsi due nomination ai Golden Globe 2015. La voce sussurrata, la capacità mimetica del volto arcaico e dissonante, la mimica e la prossemica che viene imposta a una figura claudicante nel fisico e nell’animo: Tchéky Karyo domina la prima stagione e si impone all’attenzione non soltanto del pubblico, ma degli stessi produttori. Che puntano tutto su di lui per la seconda stagione, nonostante l’incredibile red haring a fine della prima. La scommessa produttiva è vinta: Tchéky Karyo regna incontrastato nella seconda stagione, andando a rendere credibile un non credibile viaggio nell’Iraq curdo, aggiungendo alla zoppìa un altrettanto non credibile tumore cerebrale, investendo se stesso di una sempre non credibile ossessione finale per la scomparsa di due ragazzine, un caso che unisce un incipit praticamente identico a quello di The OA a uno sviluppo che ricorda da vicino il caso storico di Josef Fritzl, il padre che rapì e per sette volte mise incinta la figlia Elisabeth, confinandola in un bunker antiatomico per 24 anni. La seconda stagione di The missing, se possibile, si allontana ancor di più dal realismo allucinatorio con cui era costruita la prima. Il detective Julien Baptiste giganteggia, cariato moralmente, minato cerebralmente, assurto a folle cassandra, invecchiato nei tratti, incendiato nella psiche, deus ex machina di se stesso. Non ha lo spessore metafisico di Matthew McConaughey o Woody Harrelson in True detective, poiché quella variabile sfugge agli autori di questo perfetto thrilling. Ciò rende l’interpretazione di Tchéky Karyo ancora più virtuosa, perché riesce a creare rapporto con un male assoluto laddove si prevedeva un male relativo, indebolito dalla realtà.

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E si arriva ai giorni nostri. Finalmente, alla terza stagione, c’è soltanto lui, questo mitologico investigatore dei meandri più perturbanti del crimine assoluto. Sta andando in onda su BBC in queste settimane Baptiste, che nemmeno è uno spin off di The missing, ma il suo compimento, ovvero ciò che doveva accadere a True detective e purtroppo non è successo: il protagonista fagocita la produzione, c’è solo l’attore. Non è precisamente la montalbanizzazione di una serie, poiché davvero, e fortunatamente, fuori dall’Italia non si arriva a prediligere La signora in giallo a Breaking bad. Il potenziale di Baptiste è enorme, sarebbe capace di imporsi all’intero continente e, prevedibilmente, di interessare gli USA. Tchéky Karyo è plausibilmente l’erede del cattivo tenente Harvey Keitel. È un attore di livello assoluto, una presenza malleabile per tutto ciò che deve apparire perturbante e in piena erosione psicologica. La cifra esistenzialista che esprime è evidente e infatti viene valorizzata. Non ancora abbastanza: Hollywood deve rendersi conto che c’è un talento del genere in giro, tra gli spettri che tempestano e contagiano ciò che fu la pellicola e che ora è il fantasma stesso della pellicola.

Resta il momento dei bambini: sono ancora una volta il motore della storia, del collasso del racconto, l’istante del cortocircuito dei valori e dei vizi, delle virtù e dei peccati: qualcosa di capitale, che dà tonalità al capitalismo, questo cerbero che il cinema non smette di raccontare. Così come nella prima stagione di True detective i bambini scomparsi costituivano l’emblema di un’assolutezza del male, del tutto meccanicamente essi premono con potenza la narrazione che si sviluppa intorno al volto piagato di Tchéky Karyo, il Battista, l’ispettore veterotestamentario, l’occhio che tutto vede e se ne dispiace. È una pista romanzesca che non vede intaccata la coinvolgente morbosità che conquista lo sguardo di spettatori e lettori. La partita coi bambini non è ancora chiusa, questo ciclo narrativo è occidentale e varca i confini dell’epoca: è la Storia.

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