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La ragazza che non smette di scomparire

Il caso Orlandi ossessiona l’Italia da quasi 40 anni. Insieme ad Alfredino, accompagna la storia patria, supera la prima e la seconda e la terza Repubblica. Uno spettro continua ad aggirarsi per la nazione e ci sorride dai manifesti.

La ragazza che scompare continuamente si sporge da 36 anni sull’Italia che tanto le assomiglia. Si chiama Emanuela Orlandi e l’azzeramento che ha subito è una forma di radicalità tutta italiana. Potrebbe chiamarsi “la ragazza forse”: forse è viva, forse è morta, forse è italiana, forse vaticana, forse siamo riusciti a scordarla, forse stiamo per ritrovare quel corpo, forse riempiremo gli anni sconosciuti della sua vita di scomparsa.
Noi invecchiamo, noi ci inoltriamo in mutamenti epocali, noi subiamo l’onta delle tenerezze di un Paese truculento e imbelle – e ad accompagnarci c’è questa ragazza o, meglio, un’immagine priva di corpo, che è entrata nel codice immaginario di ogni italiano: quel volto fotocopiato ha impresso i manifesti della sua scomparsa e la memoria di una nazione che coincide con la sua vicenda.
Aveva 15 anni e scomparve a Roma nel giugno 1983, in un’estate che profumava di peonie e di piretro. Nel giro di pochi giorni, prima e dopo la sua sparizione, l’Italia si sarebbe azzerata insieme a lei, mutando costumi e connotati. Una settimana prima, quelli che, da popolo, erano diventati gli spettatori italiani assistevano all’incredibile arresto del presentatore Enzo Tortora, l’istituzione tv che presentava Portobello, trasmissione recentemente riesumata, nell’infinito disseppellimento che fa tutta la nostra storia nazionale, in cui il vintage è il futuro e il presente rimastica l’interezza del suo passato. Segnarono ogni memoria i colori seppiati di quell’arresto a ora antelucana, in una luce pomeridiana sbagliata, a favore di telecamere, il povero Tortora invecchiato di colpo, con un giacchino grigio addosso e le manette mostrate a canali unificati. La televisione nazionalpopolare che andava a processo sbalordiva il popolo spettatore, anticipava di quasi un decennio il gorgo spettacolare di Tangentopoli, ammutoliva un Paese che stava tentando di uscire da terrorismo e Guerra Fredda. In Italia si muoveva la più alta densità di spie internazionali di tutta Europa, gli euromissili incrinavano il dialogo con i sovietici e a una manciata di giorni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi perdeva la vita Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia, ucciso con la prima esplosione di autobomba della storia mafiosa, il che portava a un grado più elevato il conflitto tra Stato e Cosa Nostra. Era da poco intervenuto Giovanni Paolo II, lasciando attoniti i fedeli, dalla finestra su piazza San Pietro, a formulare un appello ai sequestratori della ragazza (quindi era stata sequestrata!), e nemmeno un mese dopo Bettino Craxi veniva nominato capo di un governo a guida laica, che sarebbe risultato il più longevo e uno dei più decisivi nella storia della Prima Repubblica.
Con la scomparsa di Emanuela Orlandi terminavano gli anni Settanta. In poco più di due mesi l’Italia era entrata in una nuova fase: internazionale, televisiva, laica e criminale. E lo aveva fatto avvitandosi al volto fotocopiato di Emanuela Orlandi e alla sua fascetta sulla fronte. I coetanei di Emanuela rimanevano impressionati da quell’assenza choccante, forse rapimento e forse silente massacro. Il sangue ricadeva sui contemporanei della Orlandi. Avevamo appena finito di masticare, con immenso dolore, il sanguinaccio televisivo prodotto dall’immagine fissa di Aldo Moro nel baule della R4 rossa. A introdurci a una nuova epoca non era bastato il mistero della scomparsa di un bambino, Alfredino Rampi, precipitato in un pozzo artesiano: una scomparsa che mai era stata tanto guardata.

Alfredino Rampi . ARCHIVIO ANSA/DEF

Attorno ai giorni della tragedia di Vermicino, Licio Gelli fuggiva e il repubblicano Giovanni Spadolini veniva elevato a primo premier non democristiano nella storia repubblicana. Come nel caso di Emanuela Orlandi, l’Italia avvitava la torsione della sua vicenda a un ragazzino che spariva infinitamente sotto i nostri occhi. Ma Emanuela Orlandi raddoppiava Alfredino. Vermicino causò un trauma locale agli italiani, mentre diversa sarebbe stata la sorte della più scomparsa tra le scomparse, che avrebbe accompagnato le vite di tutti, ininterrottamente, per più decenni. Una persistenza sovrannaturale, incapacitante: enorme.Tutto era enorme attorno a Emanuela Orlandi: l’urlo televisivo all’Angelus di un Papa, Karol Wojtyla, a cui hanno sparato e che ritiene la pallottola deviata divinamente, secondo la profezia di Fatima; il turco attentatore, Ali Ağca, che deve essere l’ostaggio da liberare in cambio di Emanuela; la Stasi che depista con comunicati in un italiano strano e angosciante; una voce simile a quella del potente cardinale a capo dello Ior, monsignor Marcinkus, che rimbomba al telefono con la famiglia della scomparsa, meritandosi il soprannome “l’Amerikano”; un banchiere che viene ritrovato fintamente suicida, impiccato sotto un ponte a Londra. E agenti segreti americani, bulgari, sovietici, tedeschi ed evidentemente italiani. Una cospirazione vasta ed eterogenea. Un labirinto di indagini smentite dalle indagini smentite dai fatti.

Un’immagine d’archivio dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, avvenuto il 13 maggio 1981, in piazza San Pietro, in Vaticano. Sulla sinistra della foto si nota l’attentatore Ali Agca mentre spara. ANSA/ ARCHIVIO

Tutto è fantasma. Lo è la voce di Emanuela Orlandi, che parla del suo liceo, quando viene fatta ascoltare ai parenti alla cornetta del telefono fisso, in quella casa in cui il dolore non decrescerà mai. La storia d’Italia è costellata da queste famiglie, mutilate dallo Stato, che non cedono per anni, conducendo lotte erculee contro depistaggi e diffidenze, come si è visto nei casi di Patrizia Moretti e di Ilaria Cucchi e anche del fratello di Emanuela, Pietro Orlandi – queste strenue figure, queste fiere oppositrici dell’azzeramento: sono uno dei fondamenti della nazione. La quale tuttavia non cessa di essere tormentata da ciò che i media si ostinano a definire “caso”, quando si tratta di una persona. Che è anche un fantasma, recalcitrante ad assentarsi dalla coscienza italiana. Mentre crolla il Muro e la geopolitica rivoluziona e la Rete vagisce coi primi stridii dei modem, nel 1998 torna a sussurrarsi ovunque il nome di Emanuela Orlandi, in seguito al ritrovamento tra le mura vaticane dei cadaveri di Alois Estermann, capo delle Guardie Svizzere, e di sua moglie, insieme a quello dell’autore di un presunto omicidio-suicidio, la guardia Cédric Tornay. Al cambio di millennio, tutto muta in Italia, tranne l’Italia – e anche la persistenza di Emanuela Orlandi, che diventa la nazione fatta corpo volatile, puro nome, immagine solarizzata. Non smettiamo mai di pensare a lei. Ad altezza 2005, una telefonata anonima a Chi l’ha visto?, che è l’autentico romanzo popolare dell’Italia in questi decenni, riapre i giochi, svelando la sepoltura di uno dei boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis, nel sacro suolo della chiesa di Sant’Apollinare, a pochi metri dall’ultimo degli avvistamenti di Emanuela Orlandi: secondo l’anonimo, era il premio concesso a De Pedis dal cardinale Poletti, uno dei mandanti del rapimento. Tutto inverificato o verificato parzialmente o falso. Tutto un forse. Quando pattiniamo ilari verso la crisi finanziaria più feroce del secolo, il corpo etereo di Emanuela Orlandi non desiste dall’intrudersi nelle nostre esistenze, secondo il comandamento per cui l’Italia è una forma di gerundio: continua a farsi senza mai compiersi, non termina mai, stanno sempre lavorando per noi. Vengono rilanciate nel 2008 le connessioni alla scomparsa di un’altra ragazza, Mirella Gregori, sparita a Roma quaranta giorni prima di Emanuela. Solitamente si accelera a partire dallo zero, abbandonandolo. E’ improbabile che sia lo zero ad accelerare. Invece è quanto accade dal 2010 alla ragazza azzerata. Uomini e donne della Magliana che testimoniano dell’uccisione, poi forse del rapimento, artisti assoldati da servizi segreti che si autoaccusano falsamente dell’omicidio e tratteggiano uno scenario di omicidi rituali praticati da potentati vaticani, fino al ritrovamento di ossa umane sotto il pavimento della Nunziatura in via Po, fino all’indicazione dell’angelo lapideo che guarda la tomba al cimitero tedesco. Le ossa parlano? Forse. Libri su libri, piste su piste, rivelazioni su negazioni.
Con il presidio continuo del fantasma di Emanuela Orlandi, si è consumato il passaggio tra prima, seconda e supposta terza Repubblica. Non smettiamo di essere guardati da quel volto che ci sorride, sopra i caratteri linotype. Non smettiamo di essere preoccupati per lei, la ragazza che si chiamava “forse”: forse il più impressionante azzeramento, intorno a cui si sviluppa la nazione che, lo zero, lo corteggia da sempre.

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