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Red or dead: l’epica del Liverpool

Il capolavoro assoluto della squadra di Klopp è già scritto in un libro del grande romanziere David Peace. Imperdibile per chi ama il calcio e altrettanto per chi ama la letteratura.

Sarebbe un’epica calcistica, il Liverpool, e il capolavoro compiuto nel ritorno di semifinale Champions 2019 dalla squadra agli ordini di Klopp (4-0 a Messi e compagni, rimontando il 3-0 dell’andata) costituirebbe un ulteriore capitolo di questa leggenda, al limite del credibile, con cui i Red hanno colorato la storia del football inglese e internazionale. Ogni epica che si rispetti deve disporre di una sua letteratura e infatti il Liverpool ce l’ha. La summa preziosa, il racconto meraviglioso, la scossa estetica definitiva è un libro immenso, per vastità poetica e per mole di pagine: è “Red or dead” dello scrittore inglese David Peace. Un artista presule in Giappone, da dove produce risultati ascritti al meglio della narrazione mondiale. Si era già occupato di calcio anni fa, con “Il maledetto United”, non certo il suo migliore romanzo, comunque intarsiando con poesia una di quelle mitologie che soltanto il calcio britannico sa ordire e lanciare nell’empireo – in quel caso trattandosi di Brian Clough, allenatore inarrivabile e protagonista di una rivoluzione calcistica dal basso, che lo porterà in vetta all’Europa quando passerà dal Leeds al Nottingham.

In “Red or dead” si cambia personalità, ma si rimane in un gigantismo che schianta il lettore per fascino e assolutezza: Bill Shankly, scozzese di nascita, proletario di animo, il più grande allenatore nella storia del Liverpool, che mai si aggiudicò la Coppa Campioni (fu il suo secondo, che gli succedette, a conquistare il massimo titolo europeo), ma fece rinascere i la squadra di Anfield, trascinandola insieme a sé nella leggenda. Shankly è tutta Liverpool, le sue ciminiere al limite del grottesco e del signoraggio su un popolo mai domo, fiero della propria collocazione sociale e politica e spettacolare. Il gioco come rivalsa pubblica di una gente oppressa da catena di montaggio e industria 1.0, attraverso la riproposizione del carattere produttivo in forma calcistica, con un’organizzazione ricca di talenti messi al servizio di una superiore idea di squadra. Il gioco collettivo che esige sacrificio e fraternità tra le singole pedine, il “noi” che valorizza o addirittura schianta l’“io”, dove la prodezza dura l’arco dell’incontro e culmina in gesti di classe esaltati dalla dinamica di gruppo e dal genio singolo: soprattutto il genio singolo di Shankly, il mister ossessivo e ossessionato, l’uomo che pensa gli schemi in modo comuplsivo, anche mentre dorme, un eroismo sofferto che ha in Jurgen Klopp, attuale coach, il suo controcanto: Klopp è l’eroe della felicità, personale e ludica, laddove Shankly è l’operaio che si laurea tra fatiche sisifee e talenti brevilinei che va a convincere di persona affinché passino in maglia rossa, come il più rivoluzionario e rurale dei manager. La leggenda continua, ma da qualche parte deve pur essere cominciata.

Ecco, è cominciata con Shankly. 

Il lavoro che sull’epica del Liverpool compie David Peace è impressionante almeno quanto la vittoria contro il Barcellona, una delle pagine auree dell’intera vicenda del football mondiale. Peace è noto per la traduzione in film de “Il maledetto United”, ma è un’ironia della storia, perché il suo capolavoro è l’impressionante volume che dedica alla squadra di Keegan, Dalglish e degli altri interpreti del proletkult allestito da Bill Shankly. Serviva un interprete intrepido e di classe pari alle stelle che hanno creato la galassia del Liverpool. David Peace è esattamente questo: classe assoluta, proletariato linguistico, una mediana impenetrabile e dedita a un lavoro sporco che non lascia tregua all’avversario, coronato da colpi di genio che lasciano il segno e fanno il risultato. Peace batte 4-0 qualunque Messi della scrittura contemporanea. Bisogna leggerlo, questo capolavoro che è una tramatura di storia, sogno, idealità, collettivismo, morale e leggenda calcistica.

Chi oggi ha il coraggio intemerato, stilistico tematico politico, che muove David Peace, probabilmente il massimo scrittore vivente della mia fascia di età? Nessuno. Agli albori della produzione poetica e narrativa di questo autore ossessionato e ossessionante, il paragone che effettuavano era con James Ellroy. Si è visto bene che veniva commesso un errore grossolano. Ellroy è interessato a una storia che rimbalza continuamente sul muro di gomma della teologia morale. Peace è interessato alla lingua come segno di una metafisica priva di morale e teologia. Certo, entrambi partivano dal genere nero e, in un certo modo, sono evoluti all’interno dell'”attrattore strano” che è per l’appunto il nero. I capolavori di entrambi, “Six cold thousands” per Ellroy e “Occupied City” per Peace, stanno all’interno di trilogie molto potenti. Sono momenti a elevata intensità letteraria, in due tracciati distinti: il “dostoevskijano” per Ellroy e il “kafkiano” per Peace. In Ellroy non esiste l’interrogazione circa cosa sia la luce che permette il nero, in Peace invece esiste eccome. La preoccupazione di David Peace consiste non a caso nella sensazione di colpa che lo prende per questioni morali, per il fatto di addentrarsi sempre più nel nero, senza dare ovviamente rappresentazione della luce. Egli maneggia il tragico, anche se lascia intendere che lavora sull’epica. Tale misinterpretazione, che ha i crismi di una totalità in sé conclusa, ha puntualmente preso corpo nella ricezione internazionale che ha accompagnato l’uscita di questo capolavoro della nostra contemporaneità, che è “Red or Dead” 

L’epica inscena un racconto teologico, la tragedia offre una pratica metafisica. Con “Read or Dead” avviene un’impensabile (e, di fatto, prima di Peace impensata) estensione quantitativa di quell’intensità tragica. Quasi 700 pagine che per i due terzi sono estenuanti e complesse ripetizioni del sempreuguale e semprediverso: ecco la prima sfida, tutta quantitativa, della scrittura di Peace. Sembra che l’argomento, il calcio e precisamente il Liverpool FC sotto la gestione dell’allenatore Bill Shankly, sia proprio ciò che i masticatori di postmoderno chiamano “epico”. La traduzione in termini di gioco dell’agone guerriero è, in tempi contemporanei, lo sport. Questa è francamente un’analisi ingenua. Il football americano di DeLillo in “End zone” non è epico, così come non lo è il suo baseball in “Underworld” e, a conti fatti, così come non è il tennis in Foster Wallace. Il campionato inglese di Peace è un torneo che prevederebbe un unico trascendimento, tutto interno al gioco, cioè la vittoria finale, che immediatamente diventa superabile: subito, all’istante, appena gustata la gioia, c’è già un’altra partita, un altro torneo. E’ soltanto alla fine di tutte le fini, cosa la quale in “Red or Dead” avviene ai due terzi del libro, che si comprende bene qual era il trascendimento reale di quella ripetizione continua, martellante, inumana. Al ritiro di Shankly, improvviso, luttuoso, cosmico e storico, si gusta la morte, si discende agli inferi di un’altra normalità, si cerca vanamente l’eccezione. 

Ecco: ossessione ed eccezionalità sono i due poli stilistici del romanzo. Sono tali perché coincidono con le virtù e i vizi della macchina umana allestita da Shankly, della storia del football team Liverpool, della metropoli inglese, del tempo storico in cui questa leggenda si impone, prescindendo dalla nascita dei Beatles eppure beneficiandone. Qui si vive uno slittamento dell’idea di stile, poiché il target vero è la psiche; che si tratti di psiche indica l’inutilità di fare appello a distinzioni superflue e false, come quella tra psiche individuale e collettiva. La psiche è una potenza che trascende i numeri, ma li moltiplica. Questo accade esattamente nello svolgimento stressante della prosa narrativa di David Peace. Ripetizione ripetizione ripetizione ripetizione – e poi: eccezione – e poi: ripetizione ripetizione – e così via. Si contano tre eccezioni nel testo che continuamente ripete. Una di queste eccezioni è costituita dal finale, che, come detto, ammonta a un terzo dell’intero libro: dal momento del ritiro di Shankly dalla panchina del Liverpool, dopo trofei entusiasmanti e anni di mediocrità dolorosa, il libro non utilizza più soltanto il registro dell’ossessione, in quanto esprime gli esiti dell’ossessione, lo slacciamento dell’ossessione, la fine dell’ossessione e la sopravvivenza oltre la fine dell’ossessione stessa. Quanto alle tre eccezioni nei primi due terzi del libro si può dire qualcosa.

In mezzo alle nebbie cognitive ed emotive create da una ripetizione insostenibile (una partita, la classifica, un’altra partita, i riti di Shankly, la partita in casa, la partita fuori, i riti di Shankly, una partita, l’altra partita, la classifica… sempre con le stesse formule, le stesse parole, disposte in modo alternativo, ma alla fine sempre uguale, sempre uguale, di anno in anno, sempre, sempre…), ecco che Bill Shankly partecipa a una trasmissione radiofonica, come se non vi avesse mai partecipato, come se non avesse mai rilasciato dichiarazioni ai giornali, come se non avesse avuto una vita oltre quei moduli di azione ripetitivi, che assorbono lo sguardo in un buco nero di fatica e dolore; e in questa trasmissione radiofonica Bill Shankly dice quali sono gli otto brani musicali che vorrebbe su un’isola deserta e improvvisamente noi *sentiamo* una violenza inusitata, che nessuna prosa contemporanea ha mai trasmesso al lettore, mentre poche volte la poesia contemporanea è giunta a questo vertice di intensità: il personaggio aveva una vita!, aveva gusti e interessi che non coincidevano col calcio! Siamo tutti spostati, non ce lo aspettavamo. “Non ce lo aspettavamo” non è più nessuna suspense. Non verrà mai più ripetuto questo gesto psicologico ed esistenziale. Così pure l’architrave dell’intero colossale romanzo sta in un “a capo”, per nulla improvviso e tantomeno improvvisato: di colpo dice Peace che tutto ha due facce, “tutte le storie”. Parrebbe una banalità, ma l’andare a capo per enunciare il principo sintetico di tutta la dualità è una mossa potente, inarginabile, che distrugge qualunque resistenza di qualunque sguardo. E’ il dribbling impossibile, il colpo di sponda che infila la rete, il gesto che conclude a goal l’azione insistita, E la terza eccezione è la storia storica: viene eletta Margaret Thatcher e muta tutto, in un attimo, in due righe di testo. Ciò avviene per via del lavoro monumentale che Peace ha svolto su personaggi eventi ambienti dell’Inghilterra a fine Cinquanta e nei Sessanta e nei Settanta e a inizio Ottanta, con un rigore che mutua qualcosa dall’arte giapponese di stare non del tutto sul pianeta Terra (Peace vive da anni in Giappone, l’osservazione non è casuale).

In questo romanzo calcistico corale e singolare e onnipotenziale si trova tutto ciò che fece il romanzo storico. Probabilmente molto di più di quanto si era abituati a trovare nel romanzo storico. Peace porta la storia nella poesia. Non è Omero: è Eschilo. Non è Zola: è Celan. L’estensione quantitativa della ripetizione viene commutata in un salto di qualità. Tutti i salti di qualità, che vengono ripetuti, portano a un salto allo zero, che non è il niente, in quanto è comunque un numero. I personaggi sono annientati, restando – a partire da Shankly, fino all’ultimo degli anonimi ragazzini di Liverpool. I temi sono annullati, pur rimanendo scolpiti nel granito eterico della rappresentazione, a partire dal socialismo per finire all’agonismo di qualunque gioco. La prosa è azzerata, venendo praticata.

“Red or dead” è un romanzo compatto che si compone di una pluralità di storie, tutte avvinghiate alla vicenda esistenziale di un uomo solo, che non ha intenzione di restare solo per nulla e lavora alla costruzione di un collettivo che vale un esercito. Vi si trova ogni incontro, ogni protagonista delle pagelle sui quotidiani sportivi del giorno dopo, ogni scambio di calciomercato, ogni povertà e ogni ricchezza. E’ una cavalcata di impressionante potenza e vastità, che gli amanti del calcio non possono non leggere e che non può non leggere chi del calcio fa a meno e non non è proprio interessato. Perché è calcio puro, sì, ma soprattutto letteratura pura.

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