Articolare
ARTICOLARE

Il fantasma Aldo Moro

il-fantasma-di-aldo-moro

Aveva previsto tutto, aveva risolto tutto con un anticipo impressionante. A quarantuno anni dall’omicidio, lo statista che pensò e realizzò la Repubblica è sempre più centrale e citato.

In una classe di liceo in cui recentemente sono stato chiamato a tenere un incontro, le ragazze e i ragazzi conoscevano il nome e l’opera di Aldo Moro. E’ rarissimo, al giorno d’oggi. Qualche anno fa, un sondaggio nazionale, riportato sulle pagine di un importante quotidiano, rilevava che per il 78% degli studenti italiani Aldo Moro fosse un pittore. La classe presso cui intervenivo conosceva ruolo e rilevanza della Dc, del Pci, di Berlinguer, addirittura di Alfredino. Quanto a Moro, sapevano della geniale espressione che coniò a proposito del nuovo centrosinistra: “convergenze parallele”. E’ una leggenda metropolitana, questa, perché l’autore non ne fu affatto Moro, bensì Eugenio Scalfari. Non si può pretendere troppo. Moro era per questi ragazzi due immagini, anzitutto, e principalmente quella del suo cadavere. Un’ostensione storica, che ha fatto la storia italiana. A distanza di più di quarant’anni, quel cadavere esprime la divergenza parallela, grazie a cui si sente vistosamente quanto centrale continui a essere la singolarità Aldo Moro.

Prima e meglio che altrove, di fatto, in Italia il potere è questione di cadaveri, da sempre. Non sarà forse veridico che sono stati i latini a inventare l’omicidio politico, ma certamente è presso questo inizio dell’italianità che si è creata ed emessa la tragedia moderna dell’assassinio politico. Cesare non è Agamennone, è qualcosa di più innovativo, capace certamente di richiamare il mito, ma di essere inquadrato in una perenne modernità, che al mito classico non è garantita con coerenza e continuità. E’ il motivo per cui la pugnalata di Bruto finisce in Shakespeare, mentre Edipo che uccide Laio rimane iscritto nelle metope di un’età precedente, antica, vecchia. Da Giulio Cesare al cadavere che pende impietosamente in piazzale Loreto a Milano, non è trascorso un giorno. Eppure ogni giorno, soprattutto in Italia, porta la sua pena. E sarà a un ulteriore cadavere che la nazione chiederà chi è realmente, quale sia la sua genetica e la sua vocazione. Se gli scrittori dispongono di una capacità di intercettazione in qualche modo acuta o privilegiata, è davanti al cadavere politico che devono eventualmente parlare. E infatti lo fanno, per mano di Leonardo Sciascia, quando al “Nouvel Observateur” dichiara: “Il suo cadavere non appartiene ad alcuno, ma la sua morte ci mette tutti sotto accusa”.

Dopo Aldo Moro si vivrà una morte simile, emblematica straziante e gravida di conseguenze, soltanto con l’eccidio di Giovanni Falcone (il 23 maggio ricorre l’anniversario della strage di Capaci) e di Paolo Borsellino. I due magistrati, la cui tragica comparsa segna il Paese, non sono però politici e questo è un un elemento che conta. E’ piuttosto Aldo Moro l’ombelico della storia italiana fattasi tragedia, così come lo era della vicenda nazionale fattasi Repubblica. L’uomo che aveva pensato e contribuito a realizzare quella complessità storica, che va sotto il nome di “Repubblica dei partiti”, coincide con l’artefice politico che non smette di pendere sul capo di chiunque si ritrovi a guidare la democrazia in questo “Paese senza”, per rievocare l’espressione precisa e ineludibile di un altro scrittore, Alberto Arbasino.

Luigi Berlinguer e Aldo Moro

©LaPresse Archivio Storico – 03-05-1977 Roma – Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Dal maggio 1978 il nostro è un “Paese senza” Aldo Moro. La previsione sulla marcescenza dei meccanismi di potere, usurati da sempre, richiedeva per lo statista democristiano un rinnovamento non soltanto della classe dirigente, ma delle dinamiche stesse di una politica che non aveva conosciuto in decenni nemmeno l’ombra di un’alternanza. Così Moro anticipava Tangentopoli nell’analisi. E circa la questione della rappresentanza cattolica e del “centro” aveva preconizzato implicitamente una delle questioni fondamentali che, dalla fine della Dc, ovvero il partito di Moro stesso, conduceva a una convergenza di interessi e di sintesi con la prospettiva berlusconiana. Anche oggi, col ritorno alla legge proporzionale, le “convergenze parallele” resistono come categoria fondante il contratto di governo. Di Moro il Paese non può fare senza, insomma.

Ricorreva il 9 maggio il quarantunesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro per mano degli omicidi che si facevano chiamare “Brigate rosse”. Più trascorre il tempo e più deflagra l’eco di quello sparo e di quella deflagrazione per immagini (il corpo cupo accasciato nel semibuio del baule, il corpo di “abbiosciata carne”, come scrisse il grande poeta Mario Luzi: è un attimo che dura un eone, e a precederlo la fotografia del volto fantasma, sempre nel cupo chiuso, in un cavedio in ombra, la stessa sgranatura, lo sguardo sfibrato in quella mitezza divenuta proverbiale e disgustata più dal mondo che da sé). E più quello sparo deflagra, più Aldo Moro continua ad accadere e imporsi, stagliandosi come uno dei massimi rimossi della nazione, che nel Novecento sono essenzialmente due: il fascismo (tutto del fascismo: a partire dalla negazione a cui vanno incontro il colonialismo e il razzismo dell’Italia fascista da sempre) e appunto Aldo Moro (colui che tempera, assorbe e annulla l’istanza fascista, cercando l’alternanza governativa con una sinistra che, proprio per responsabilità governative eventuali, sarebbe stata costretta a scegliere la via socialdemocratica, in luogo di quella comunista, sia pure con la variabile europea).

Come ricordava il mai abbastanza compianto scrittore (quanti scrittori intorno al corpo di Aldo Moro!) Alessandro Leogrande, la notte precedente il sequestro e la strage in via Fani, rientrando a casa tra l’una e le due, il figlio di Aldo Moro, Giovanni, “lo trovò assorto nella lettura di ‘Il Dio crocifisso’ del teologo protestante Jürgen Moltmann, un libro ‘di rottura’ sul senso escatologico della croce contro l’alienazione, la violenza, l’oppressione del mondo”. (Si supplica chiunque legga queste righe a meditare su cosa fa qualunque politico in questi anni alle tre del mattino). L’uomo che Pasolini giudicava il più colpevole, seppure riconoscendo che fosse il meno compromesso di tutti, era questo uomo che contemplava la Croce.

Per tutta la sua esistenza Aldo Moro ha tentato l’identificazione con la Democrazia Cristiana disidentificandosi da essa. Si è assunto la piena responsabilità della prima fase, che pure per Pasolini costituiva una continuità col fascismo in altri termini, ma non ha smesso mai di lavorare all’ipotesi evolutiva dei soggetti fondamentali della democrazia italiana, quei mediatori e protagonisti che furono i partiti, ragionando sul campo, sulla geometria, sugli sviluppi di un’aritmetica tutta nazionale, che prevedeva la variabile cattolica e quella comunista. La difesa di Gui, tanto partecipata e, alla luce di quanto accaduto nelle settimane successive, fatale e memorabilissima, lasciava intendere un mutamento di linguaggio, questa sempiterna alleanza distruttiva con cui Moro fece i conti da principio della sua militanza politica e umanista. Il linguaggio, per Moro, era la sintomatologia dell’avvenire del tempo, dei suoi vortici lutulenti e delle accelerazioni più repentine, perché è nel linguaggio che Moro ravvisava il senso della Croce, ovvero l’istante che non è un istante, in cui il divenire e l’eternità sono sussunti in un trascendimento dell’umano. Pasolini intervenne a gamba tesa su Moro proprio perché spartiva con il politico la medesima esperienza di ciò che è linguaggio. Attaccare il presunto latinorum di Moro significava attaccare se stesso, cosa che Pasolini intendeva fare da sempre e avrebbe fatto fino all’ultimo. Il linguaggio come fenomeno totale e totalizzante che abolisce l’io: ecco la sorgiva a cui attingono i due massimi fabbricatori di Novecento nel dopoguerra. Quando difende Gui, quando in modo insospettatamente stridulo Moro rivendica il diritto di non farsi processare in piazza (il Processo in Piazza di Moro è perfettamente e davvero l’altra faccia del Palazzo di Pasolini), Moro inizia ad accelerare il proprio linguaggio, a sbilanciare la propria economia del tempo, a preconizzare la condizione linguistica in cui sarà costretto a versare nell’immondo loculo in cui i brigatisti lo tengono segregato. L’arco del sequestro è tutto linguaggio, c’è soltanto la scrittura a tenere in vita Aldo Moro, che non sarà più lo stesso: il tempo è la risorsa che viene a mancare, la dilazione veloce non è più una retorica esistenzialmente possibile, e chi sta all’esterno non riconosce più Moro, proprio perché Moro non è più colui che utilizza tempo e linguaggio per come aveva propugnato il suo metodo e la sua visione in precedenza, per decenni. La contrazione del tempo fa di Aldo Moro un anziano che regredisce a infante, va a morire da neonato, simbolicamente diventa feto e si accoccola nel grande ventre della memoria italiana, in quell’utero che la Renault 4 gli commina per i giorni a venire.

aldomoro3

Quali giorni a venire? Tutti, fino a oggi. Perché uno dei caratteri più evidenti della rimozione praticata dalla nazione sul corpo e l’anima di Aldo Moro è consistito in un secondo sequestro, ordito e portato a termine non più dai brigatisti, ma dalla nazione tutta. Si trattava cioè di confinare Moro in uno spazio angusto e semifinale, un ratto violento effettuato sul suo corpo di gloria, costretto all’interno di quelle due immagini, il capo reclinato vagamente mentre mostra la prima pagina del quotidiano e il cadavere concentrico in via Caetani. Questo accadeva non per una spontanea forza simbolica delle immagini, ma per una volontà collettiva, tutta oscenamente pronta a farsi spettacolo: tra le molte risultanze, l’esito della tragedia Moro è anche Alfredino e pure Silvio Berlusconi, con la sua intuizione più morbosa che geniale, cioè l’ubiquità istantanea dello spettacolo.

L’imposizione di questi tabù continuamente stuprati, che sono le immagini premorte e funeraria di Aldo Moro, permette di stendere l’oblio e il buio sul metodo Moro, coincidente con la sua umana presenza nella storia nazionale e internazionale. Il suo metodo è un’intuizione più profonda di qualunque altra illuminazione che sia capitata sotto il suo dominio, perché bisogna dire questa per nulla amara verità: l’opera pluridecennale di Aldo Moro fu il dominio di una personalità messa al servizio di un Paese o, meglio, delle sue genti. L’intuizione che fa il metodo di Aldo Moro si può tecnicamente riassumere in questo: così come il Pontefice è detto da San Paolo “kathékon”, ovvero colui che frena il tempo dilazionando sempre la fine del tempo stesso, allo stesso modo Aldo Moro è il “kathékon” della politica, che dilaziona la fine della politica stessa. Moro, che potrebbe definirsi il più grande contrattualista da Machiavelli ai propri tempi e anche ai miei, è anzitutto un uomo scettico circa lo stato di natura da cui l’umano parte sempre. Sceglie la cultura come sanatoria e trascendimento della natura, che, priva di una mediazione, la quale è tutta la cultura, ovvero la politica, si scatena nel compilare il regesto degli orrori. Che cosa è l’orrore per Aldo Moro e per noi tutti? E’ la rottura del vincolo sororale e fraterno, tra uomo e uomo. E’, tra le altre cose, il fascismo.

Qualche giorno fa il “Corriere della Sera” pubblicava uno stratosferico intervento di Aldo Moro nel 1943 e vale la pena di estrarne alcune parole, densissime, capaci di inchiodarci tutti alle nostre responsabilità, ieri e oggi e domani e sempre. Scrive il giovane Moro: “La Patria è certo il nostro io, ma non il piccolo io angusto, che si chiude ad ogni considerazione, ad ogni rispetto, ad ogni amore degli altri, ma l’io che si fa, energico e pieghevole, memore di sé ed attento alla vita di tutti, incontro agli altri, e afferma e nega, cede e s’impunta, sicché nel vasto gioco delle azioni di tutti sorga, in libertà e come frutto di libertà, il volto storico della Patria. La tirannia comincia là dove il piccolo io, rotto ogni vincolo di fraternità e di rispetto, dimentico di quella sublime umiltà che fa l’individuo uomo, la sua particolare visione eleva ad universale, senza il vaglio di una critica che consacri questo passaggio; il proprio particolare amore proponga orgogliosamente come l’amore di tutti. Allora la Patria è morta; quella sua grandezza augusta, che è nell’accogliere ogni voce, ogni palpito, ogni gioia, ogni sofferenza dei suoi figli, è spenta, terribile furto ai danni del proprio fratello è questo. Di più, impadronirsi della Patria di tutti, farne una piccola povera cosa di noi, è fatalmente condannarsi a perderla a nostra volta. Non si può negare ed affermare insieme”. Il metodo di Aldo Moro è una macrofisica, una microfisica e una metafisica, che si gioca sugli ultimi due verbi, “negare” e “affermare” e fondamentalmente, ma si vorrebbe dire fondamentalisticamente, sull’avverbio finale, cioè “insieme”. A Pasolini sembrò, così ingenuamente perché così intimamente reclinandosi su se stesso, che l’affermazione di Moro costituisse una formula melvilleana, una sorta di Bartleby che somiglia a Remo Gaspari e afferma negando. La verità stava all’opposto: l’affermazione di Moro non c’è mai, perché è immobile e statuaria sotto la fluvialità complessa del discorso che si fa a partire dalla verità stessa, mentre la negazione di Moro si gioca tutta sull’avvicinamento progressivo alla percezione di quella verità, che non può accadere insieme alla propria negazione. Questa lezione, per ciò che concerne la sempreguale landa in cui condividiamo lingua e storia, non hanno voluto apprenderla i corpi sociali e generalmente tutti coloro da cui ci si aspettava questo requisito minimo di sistema. Del resto, questa strategia, che è tattica e che sembra una perdita di tempo e un’ipocrisia soltanto a chi è del tutto profano al fatto che essa è la sostanza stessa del contratto sociale, questa strategia fa i grandi uomini che operano ovunque e in ogni era, perlomeno alle nostre latitudini. Si pensi al “no” di Ratzinger e a quale “sì” fa da premessa. E’ il segreto del tempo, che si trova all’incrocio preciso dei bracci della Croce. E questo porta a oggi. Si è detto sopra che, perlomeno fino a oggi, la pratica Moro consiste per l’Italia in una rimozione. Ogni rimozione, tuttavia, esige e comporta il ritorno del rimosso. Il fantasma è una sospensione che non si risolve in un ritorno corporeo: l’immagine, come anima del corpo, si ripresenta a segnalare che il nodo comportato dallo spettro non è stato risolto. Se il rimosso ritorna, lo fa in modo per cui si presenta identico a come era prima della rimozione.

Oggi Moro torna. E’ qui e ora. Gli scorsi anni non mi sarei azzardato a dire una simile sesquipedalità. Però qualcosa è mutato. Cosa? Si è presentato l’altro rimosso, e non in forma spettrale, ovvero il fascismo italiano. Quindi, torna l’opzione e la funzione che fecero i conti col fascismo – e questo è realmente tutto Aldo Moro. Ma come – si dirà -, il fascismo lo hanno sconfitto la Resistenza e le potenze straniere, i comunisti e le donne e gli uomini di buona volontà, cosa c’entra Moro? Beh, c’entra. La mediazione e la traduzione bilingue, sempre bilingue, con cui si fece la Costituzione e con cui essa si mise alla prova pratica della storia, non è un mistero che si deve al giovane Aldo Moro (così come qualcosa si deve al giovane Ratzinger se si pensa al Concilio Vaticano II). L’esigenza Moro è oggi l’unica chance di politica nell’arco costituzionale o di politica politicienne, che l’Italia può recepire e impegnare nella profonda dialettica che deve riprendere il suo corso, in questo Paese stremato dall’ignoranza propalata come valore e dall’autoritarismo come forma emersa dell’esclusivismo che spezza il legame umano. Detto ciò, la politica reale è una spontaneità collettiva, uno spontaneismo collettivo, che per Aldo Moro non era l’esito di una manipolazione o di un condizionamento mentale sulle masse: la spontaneità è il benzene della democrazia, è proprio la sostanza della democrazia, che chi detiene la delega di rappresentanza deve condurre a espressione nel luogo in cui la democrazia si fa e la politica ha il suo decisivo, insostituibile coronamento.
E’ questo il tempo di Moro. In Italia è e sarà sempre il tempo di Moro.

Contattaci
SHARE
RELATED POSTS
Gué Pequeno rulez
Il mistero Lady D: «Morirai guardata»
Fenomenologia di Elettra Lamborghini