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Gué Pequeno rulez

Non è più hip hop, rap o trap: è oltre. Il golden boy della scena italiana esorbita e prende tutto. Dai Club Dogo a Elettra Lamborghini, il regno incontrastato del Sinatra italiano.

Il Mark Caltagirone di Pamela Prati (se non sapete chi sia, consolatevi: non lo sa nessuno – e comunque potete guardare qui) è un’invenzione storica, più letteraria che spettacolare, e si prende tutta la scena televisiva, agita i social, penetra il discorso pubblico. Questa sorta di leggendario Che Guevara del trash è certamente la creazione più geniale ed emblematica di un mezzo, la tv appunto, che è giunta al calor bianco della sua storia. Mark Caltagirone esiste soltanto nel momento in cui crea se stesso: l’inesistente privo di corpo e di storia, un’emofilia del piccolo schermo diventato il sistema arterioso della società. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini” diceva il filosofo Debord, che non aveva presente però il gigantismo con cui la televisione somministra se stessa nei tempi finali. Tantomeno Debord aveva presente Mark Caltagirone, altrimenti la quarta tesi della “Società dello spettacolo” si sarebbe corretta in questo modo: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone che non esistono, mediato da immagini invisibili”.

Il teorema Mark Caltagirone serve. Tutto ciò che riguarda Mark Caltagirone (questo Ken Parker privo di Ken Parker, questo Uomo Ragno senza costume né superpoteri) serve, come tutte le leggende sussurrate e inverificate, che diventano parabole. In questo caso, diventano paraboliche. Mark Caltagirone serve a spiegare che il vuoto televisivo, ossessione nei decenni di critica al medium catodico, è pienissimo e popolato di spettri sguaiati e corpi in fiamme, sguardi abbozzati e segnali diffusamente discordi. Una fenomenologia veloce di quella regina dello show apocalittico che è Elettra Lamborghini (l’abbiamo formulata qui) ci restituisce il senso di un’apparizione inesplicabile e seducente, coercitiva e lieve, comunque tracimante, che definisce lo stato larvale in cui la persona va a consistere come fantasma, nell’epoca in cui tv e digitale trasformano l’audience in masse sterminate di follower. Il meme prende il posto del simbolo. Oggi, più che con la croce cristica, il figlio dell’uomo verrebbe rilanciato con un’infinitudine di variazioni fumettistiche su battute lanciate mentre è inchiodato al più famoso device di tortura della storia. Lo stato dell’arte è questo nei tempi instagrammatici che viviamo.

Come ogni regina, Elettra Lamborghini dispone di un re. Il coniuge regale dice la metà del mondo che l’ereditiera 4.0 non può pronunciare. In questo caso, il re del mondo è un “ragazzo d’oro”. Si chiama Cosimo Fini, 1.88 m per 80 kg, una palpebra ammezzata per una sindrome che lo colse bambino e gli meritò un’infanzia di sfottiture crudeli da parte dei compagni di scuola, finché non trovò “le amicizie giuste”. E’ noto all’universo come Gué Pequeno e negli anni si è imposto come un protagonista irrinunciabile della scena mainstream, proveniente da ciò che un tempo era hip hop o rap e oggi non si sa più cosa sia (anche se siamo certi che ci sia della trap, lì dentro).

Il grande pubblico italiano lo apprezzò in formazione con i Club Dogo, crew fondata insieme all’amico di una vita, Jake La Furia, a Milano. Fu una disruption, come amano dire quelli che si occupano di innovazione. Quasi trent’anni fa, negli Stati Uniti che elaborarono il rap come categoria di avanguardia culturale, David Foster Wallace lanciò una profezia e un’analisi implacabili, spiegando ai “bianchi” la musica ritmata per rime, che nei decenni successivi avrebbe stravolto il panorama della cultura popolare in tutto l’occidente e quindi anche in via Anfossi a Milano. L’autore di “Infinite Jest” parlava di “cazzuta genialità” a proposito del processo circolare realizzato dal rap, in “un loop quasi digitale” (mancavano quattro anni alla divulgazione planetaria del web, ndr): il rap (ma potremmo aggiungere la trap italiana di questi ultimi anni) “ha trasformato l’orrore del suo mondo – tradito dalla storia, bombardato da segnali contraddittori, violento nella sua impotenza, isolato, clautrofobico e privo di vie d’uscita – ha trasformato questa specifica forma di orrore in una specifica forma di arte d’avanguardia, che guadagna un nuovo tipo di mimesi, ruvida e spietata”. E’ una descrizione precisa del percorso mainstream intrapreso da colui che i colleghi chiamano con ammirazione “il Gué”.

La postura scazzata sul trono di “The Voice of Italy”, accanto all’esuberante anima gemella incarnata da Elettra Lamborghini, colpisce anzitutto in termini di immaginario. Non si è mai visto nessuno vestito così male nella storia italiana e in quella televisiva. E’ impressionante l’atout di cui è capace Gué con le sue vestizioni incongrue. Pare Lawrence d’Arabia che contatta Albert Hoffman, per raccomandarsi la molecola di sintesi dell’acido lisergico e mettersi a tagliare fogge e vestimenti. Guardi il Pequeno e vedi dentro un caleidoscopio tridimensionale. L’estetica del Tapiro d’Oro incontra quella di Liberace. E’ come perdere coscienza di fronte all’evoluzione sbagliata del costume di Obelix con il peggio della filmografia di Eddie Murphy.

Non è sempre stato così. Quando, col Dogo Club, quasi dieci anni fa, il Gué sfondò il muro del suono e dell’ascolto con “Spacco tutto”, girava su una biciclettina Saltafoss e si abbigliava da bambino discolo, un Giamburrasca che ritmava e rimava i furti dello stemma alle Mercedes, i “fra’” e i “bro’” e lo “zio” e “le basi” e “le paste”, in una divisa efficace e spartana da quindicenne. Trascorso poco meno di un decennio, il Pequeno si presenta nell’esaltante video del recentissimo “Bling bling – O.R.O.”. E’ come se un sultano del Brunei collassasse in un tycoon moscovita con tutta la sua varipinta corte.

Sarebbe come passare in un istante da Mimmo Modugno a Gué Peqeno. Appunto.

Accanto all’epifania pequena a “The Voice”, il video stravisto di “O.R.O.” (15 milioni di views, al momento) è il segnale definitivo di un tempo in cui lo spettacolo si è inabissato in sottomondi tellurici e inarrivabili. Gué Pequeno riprende una hit degli Ottanta, che costituisce il punto più alto del successo raggiunto da Mango. Mentre i connazionali roteavano tra le proditorie note di “I like Chopin” (una hit immortale eseguita da un cantante che si chiamava e si chiama tuttora così: Gazebo) e “Easy Lady” di Spagna, il cantautore calabrese Mango costruiva una leggenda melodica (si sarebbe trasformata in una leggenda esistenziale, culminante nella morte avvenuta sul palco). Era una melodia intrisa di malinconia, un miele sonoro che gettava gli abitanti di quegli anni in una depressione vagamente euforica, secondo la venatura dark tipica di quel tempo: un’apocalisse morbida, un piccolo trionfo della volontà di stare male e starci bene dentro.

Ad altezza 2019, mentre la sua stella cometa brilla altissima, arriva Gué Pequeno e rovescia tutto. L’oro di Mango, che luccicava con timore e tremore, sfolgora, impatta sul linguaggio con un testo vertiginoso quanto a giochi di parole e gergo contemporaneo a questi giorni convulsi e dimenticabilissimi. Domina la scena il Gué, nella forma non più affilata con cui abbiamo appreso a riconoscerlo: la mascella corroborata dalla barba, la pettinatura che è un incrocio tra Mahmood e un boscaiolo canadese, l’eterna risata che fa simpatia e impone il credo nelle tre “R” (Rispetto, Reputazione e Rivincita: il cuore stesso della weltanschauung hip hop). Tra le sale vuote del villone nobiliare in cui si muove, il “golden boy” spopola nello spazio e segna il tempo, conduce lo slang gestuale rap a uno stadio ulteriore, quasi parodistico, rovescia la nota nostalgica in qualcosa che sarebbe comico se non si rivelasse tragico. I mood trap, con la loro carica depressiva, sono i legittimi eredi del birignao anni Ottanta e risultano funzionali allo stadio superiore a cui il Pequeno ha avuto accesso. E’ un momento memorabile dell’era: ce lo scorderemo.

A differenza di Elettra Lamborghini, che sa fare perfettamente nulla, il Gué sa fare qualcosa: non tutto, ma qualcosa la sa fare e assai bene. E’ un artigiano della composizione e della rima, un uomo di azione mirata e sempre ficcante: è qualcuno. Il dominio che stende sulla scena dell’immaginario collettivo, televisivo e digitale e musicale, si nutre essenzialmente del lauto pasto che viene offerto a chi, quella scena spettacolare, vuole occuparla e consumarla fino in fondo. L’infarto del linguaggio, che è oggi la temperie stilistica di qualunque rappresentazione, rivoluziona gli standard, ti fa “bulletproof” contro l’aggressione dell’insensatezza.

Un breve test sul testo è più chiaro di mille analisi. Gué Pequeno regna e diverte (un divertimento infinito, un “Infinte jest”, per l’appunto) in questa sospensione del linguaggio, che conduce a latitudini ignote chi, dopo essersi sorbito le paranoie degli Ottanta, abbia la ventura di vederle trasformate nello scialo trasandato dei nuovi anni Venti. Il test sul testo è questo: leggete e meditate le parole di una delle track da “Sinatra”, l’album più recente di Gué Pequeno, che dice una parola e noi saremo salvati.

Hugh Guefner

Oh, yeah
Tengo il chico loco con il flow, flow
Tutta la squad vende dope, dope
Fighe e delinquenti al mio show, show
Tu non mi raggiungi, sono in volo
La nuova AMG è lì che blocca il passaggio
Micky è appena uscito merita un massaggio
Happy ending, per me un Bloody Mary
Chitarre e ferri, Coca Cherry, Keith Haring
Faccio un tuffo nel lusso (splash)
Porto il quartiere sul rooftop (uh-uh)
Tranquilla la .9 è carica (traah)
Il mio flow aria fresca iperbarica (aah)
Tagliano il prodotto come dei chimici
Ho più stelle sul petto di Givenchy
Attenzione a quello che dici qui
In auto hanno messo le cimici
Il mio flow ha le iniziali M F
Motherfucker per sempre, M F
La tua tipa su ‘sta torre Eiffel
Pappa per sempre, Hugh Guefner
Diamante sul mio Day-Date
Amanti come playmate
Messe a novanta come le Max
20k in contanti nella mia Bape (ok)
Mille tipe nelle villa (ah)
Mentre conto questa pila (yeah)
Non sono un rapper, frate, sono un pappa
Piaccio sia alla mamma che alla figlia
Questo flow mitraglia
Seta la vestaglia
Non sono un bad boy (uh)
Fra sono un playboy (uh)
Fumo etti, fotto conigliette
Frate, non guardo il GF
Chiamami Hugh Guefner

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