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Europa spy story

Serial killer? Terroristi? Suprematisti? “I delitti del Kebab” hanno ossessionato per anni la Germania di Frau Merkel. Reportage d’autore da un complotto che pare una serie tv

Il pub berlinese è privo di arredi e ornamenti, essenziale, scabro come una conca fossile. E’ una grotta contemporanea, dove l’intento speleologico dell’investigatore di fossili viventi può trovare sfogo e applicazione. I resti dell’animale umano che mi servirebbero sono qui reperibili, attraverso uno scavo massimamente cauto, attento a non scomporre la scena o ad attirare attenzione meno selettiva e più scandalizzata.
Osservo lo stemma a scudo, unico ornamento alle pareti in calce bianca del locale a cui sono arrivato grazie a contatti e intuizioni, faticosi in quanto occulti.
Ottenere informazioni da servizi segreti o da intermediari è sempre più facile, l’epoca della decrittazione è questa: digitale, porosa, un intrico di dati che promana flussi in infinite direzioni.

Ciò che era segreto lo è sempre meno. Il tabù della realtà viene sfatato tecnologicamente. E’ facile, soprattutto per me, che sono scrittore e quindi esercito una forma particolare di intelligence. Facile oggi fornire per uno come me i bilanci di medie società italiane e francesi, i rapporti su acquisizioni di derivati da banche italiane a tedesche, quei dossier su politici regionali italiani che ho. Una summa del liquame continentale, una versione individuale e fallimentarmente emulativa di Wikileaks.
Eccomi dunque: io al tavolino tondo, sullo sgabello alto, ad aspettare nel locale che era stato indicato quale raccordo per l’adescamento a cui ambivo, il piccolo Assange italiano, che viene a trovarsi nel punto di incontro del neonazismo berlinese.
Il pub è privo di arredi e la porta è blindata da una lastra metallica spessa, perché lo Zum Henker, così si chiama questo locale, è stato preso di assedio e di mira da più di una manifestazione, riuscendone con i vetri rotti e lordate da vernici multicolori e indelebili le pareti del condominio anonimo alla cui base si trova. “Zum Führer mit Zum Henker” recitavano i manifestanti, gente di sinistra e anarchici, urlando e inoculando terrore in tutta Brückenstraße, a Niederschöneweide, quel distretto che si appoggia al grande parco sovietizzato di Treptow.
Ci si rintana, anche al primo piano, ci si può affacciare fumando e osservando i manifestanti che graffiano i muri e fanno boato e spingono il cordone di polizia che li respinge sotto l’insegna rossa Zum Henker. Significa: l’Esecutore. E’ la tana dove potenziali esecutori della disciolta formazione neonazista NSA si rintanano e vengono controllati debitamente – un recinto, la cui esistenza è permessa a fini contenitivi dalle autorità.
Skinhead sovrappeso bardati di bomber e jeans a scoprire impietosamente i loro quarant’anni ingrossati di luppolo e folati, oppure personaggi anonimi e pallidi dalla testa a punta di spillo, microcefali che pensano l’impensabile dietro l’addobbo ora di rigore nella neodestra nordeuropea, abito e cravatta di sartoria decente, i capelli a piccole onde impomatati nerolucidi, l’espressione facciale che evita scherno e corruccio, spesso in gruppuscoli che si trascinano dietro una coda: la parodia dell’adeptato.
Nel pub più riconoscibile ed evitabile, apice della vita neonazista tedesca, si può incontrare un contatto capace di fornire di informazioni e altri contatti uno scrittore, il vecchio scrittore, precocemente invecchiato.

Sono entrato allo Zum Henker con la consapevolezza che stavano scattando una foto digitale, pixel che prendono la forma anonima del mio corpo, poiché le autorità controllano e schedano qualunque avventore faccia il suo ingresso nel covo dove i neonazisti berciano contro la cospirazione mondiale e la finanza speculativa.
La birra nel frattempo si è scaldata, una brodaglia sulfurea che ristagna in un bicchiere troppo largo. In questa brodaglia primordiale, pozze di birra impolverate nel legno del pavimento di un’osteria tedesca, è nato il fenomeno Hitler, avvenne in questo ambiente.
Quando arriva il contatto, alle spalle, da cui spremere le informazioni e dare forma al baratro berlinese, mi volto, alle mie spalle è un ragazzo biondastro, il viso deve essere stato pustoloso in età puberale per un’acne impetuosa anni prima, tutto questo è più vero che verosimile.
La scena berlinese è un vortice, è un gorgo, è un inabissamento. E’ il centro occulto di un affaire tutto tedesco, che l’intero comparto giornalistico continentale ha più o meno ignorato, fatto salvo il rigore di quello britannico, sicché in Italia e Francia e Spagna poco se ne sa – sono usciti trafiletti, brevi accrocchi di striminziti lanci d’agenzia, qualche pagina web.
Viene catalogato con un’etichetta giornalistica immonda, viene soprannominato “I delitti del kebab”. Il pessimo gusto della Germania e la sua criminale mancanza di stile sono riassunti in un soprannome affibiato al tremendo il grottesco che denota il tragico. I media tedeschi e britannici, come la nazione tedesca tutta, accecati dal fossile radiante del passato, hanno interpretato e analizzato, perdendo di vista la verità.
Ecco la storia, la trama, il plot.

Un anno prima che le Torri Gemelle collassassero su se stesse a New York nel più ambiguo tra gli attentati di epoca contemporanea, un attentato ambiguo si consuma a Norimberga, in un chiosco di fiori. Il pomeriggio inoltrato del 9 settembre 2000, il trentottenne Enver Şimşek, di origini turche, sposato, due figli, proprietario di più punti vendita floreali, sta sostituendo il suo dipendente, che è in vacanza, vende in prima persona i mazzi di fiori e le piante, attività che non svolge da anni, avendo raggiunto un buon livello di benessere e potendosi permettere l’assunzione di uomini di fatica che presidiano i chioschi. Enver Şimş appare più anziano dell’età che conta. I suoi folti baffi ne tradiscono le origini, viene dal Bosforo, I baffi sono emblema della sua etnia. Due uomini, armati di una pistola di fabbricazione ceca, una Ceska 83 calibro 7.65, che la perizia scientifica stabilirà silenziata, si avvicinano a Enver Şimş e gli sparano più colpi in faccia. Pochi i testimoni, si è certi unicamente a compiere l’attentato è una coppia di maschi. Nessun ulteriore elemento, a parte i bossoli a terra. Enver Şimş non muore sul posto, resiste in un’agonia che dura due giorni, infine si spegne in una stanza di ospedale a Norimberga, mentre sua moglie Adila e uno zio vengono sospettati e indagati, senza che negli anni a venire si ottengano frutti per una simile incriminazione. Poiché si è soltanto all’inizio della storia. Adila e il suo parente turco non c’entrano nulla.
A poco meno di un anno dall’attentato a Enver Şimş, accade nuovamente e nuovamente a Norimberga. Abdurrahim Özüdoğru, quarantanovenne turco, sposato, una figlia, vive a Hessen, ma lavora a Norimberga appunto, in qualità di tornitore presso un rinomato marchio industriale. Spesso, per integrare lo stipendio, si reca a una sartoria che lo impiega come venditore al banco. Il 13 giugno 2001 un passante si ferma a valutare la vetrina del negozio. Da quella posizione nota una sagoma umana, immobile, seduta dietro al bancone, verso il retro dell’esercizio. La figura umana non ha il volto: è un ammasso di sangue, polpa, ossa, cartilagini. E’ il corpo senza vita di Abdurrahim Özüdoğru. A terra vengono rinvenuti bossoli di proiettili esplosi da una Ceska 83 calibro 7.65: la medesima arma utilizzata nell’omicidio di Enver Şimş.
Due morti turchi a Norimberga nell’arco di un anno non sono sufficienti a determinare la presenza di killer seriali, che peraltro, secondo statistica, agiscono per lo più in solitaria e mai in coppia. L’opinione pubblica, pur assolvendo il compito di informare le cittadinanze, e quella di Norimberga sopra tutte, non dà risalto particolare ai due fatti di sangue.

Sarà costretta, l’opinione pubblica, a correggersi per via del terzo omicidio di un immigrato turco, due settimane dopo l’uccisione di Abdurrahim Özüdoğru, il 27 giugno 2001 tra le 10.45 e le 11.15, orario stabilito dalle perizie ufficiali in assenza di testimoni diretti. Muta la scena: è Amburgo, quartiere Bahrenfeld, dove viene ritrovato il cadavere di Süleyman Taşköprü, trentun anni, fruttivendolo, ucciso nel suo negozio da tre spari in faccia, proiettili della una Ceska 83 calibro 7.65 che lo sfigurano e appongono una firma irrefutabile su una catena di morti che allarma le autorità e i servizi segreti tedeschi.
Delitti a sfondo etnico richiamerebbero immediatamente responsabilità da parte dell’estrema destra ed è nell’ambiente neonazista che si comincerebbe a scavare, peraltro inutilmente, essendo già tale ambiente assai infiltrato da agenti sotto copertura, che non riuscirebbero a sortire alcun risultato per i detective impegnati nel caso. Il partito neonazista, Nationaldemokratische Partei Deutschlands, è in vita dal 1964, non viene disciolto proprio in ragione della fitta infiltrazione da parte dell’intelligence, che può schedare e monitorare continuativamente membri e gruppi affiliati, convenendo lasciare aperta una valvola di sfogo che si può presidiare anziché chiudere, perdendo la capacità di controllarla.
Però nel caso degli omicidi di emigrati turchi nessuno indaga nell’ambiente neonazista, non è considerata una pista praticabile, si scava altrove, in una direzione unica: è la mafia turca, sono i giovani turchi o i più maturi frutti di un’etnia sterminata in Germania nelle ripuliture delle scorie di centrali nucleari, a decine.
(Sembrerebbe un romanzo, indefinito, un crimine che non esaurisce mai se stesso; invece è cronaca.
Si potrebbero immaginare le ossessioni, i tentativi andati a vuoto, gli equivoci che conducono a sentieri interrotti, le ansie e le compulsioni di due investigatori, uno non si fida dell’altro a mano a mano che si penetra nella galleria buia delle indagini a cui nessuno crede se non quei due dioscuri dello stress da suspence, uno è l’amante della moglie dell’altro, emergono particolari via via che ci si intrude in un legame ambiguo, la loro giovinezza travagliata, il trauma iniziale che dà alla loro collaborazione forzosa un significato altro e inatteso, mentre si avvicendano le morti e le scene primarie dei delitti si moltiplicano a aggredire di visioni i loro perenni turbamenti, consolidatisi in un’abitudine neghittosa al male di vivere, il male della vita, la tempesta di frammenti di ricordo e anticipazioni del futuro, i due figli di uno degli investigatori che si allontanano in un mutismo che lo ferisce e scortica, la renitenza e l’espulsione degli affetti per aspirare a una forma di vita salva da ogni ferita e però disanimata e meccanica, mentre neonazisti anonimi li accerchiano con indizi depistanti e gli ambienti turchi vengono sventrati in una ricerca infruttuosa, un’odissea tra sospetti che mostra ai due appartamenti sovraffollati e scene metropolitane vuote e metafisiche, il puzzo del vestiario umido messo ad asciugare da famiglie stipate in locali troppo piccoli e case anonime detenute da chi ora è morto, una giovane turca con occhi verdi che ammicca, volti cose fantasmi, fino al suicidio di uno degli ispettori, il più positivo dei due, mentre già il suo posto viene occupato da un investigatore più giovane, ma non meno insidioso, che ripercorre frettolosamente le tappe del predecessore, amante turca compresa, fino all’omicidio di uno dei due funzionari, forse il più anziano per mano del più giovane, al raggiungimento di una verità che si mostra come epifania di un male primario e inestirpabile, in movimento frenetico, che divora se stesso…)

Indagini e ricognizioni vengono frustrate il 29 agosto, dopo poco più che un mese dall’omicidio di Süleyman Taşköprü.
Sotto i colpi della Ceska 83 calibro 7.65, sparatigli a bruciapelo in pieno volto, cade Habil Kılıç, turco, trentotto anni, sposato, padre di una figlia, esercente di frutta e verdura presso il quartiere Ramersdorf a Monaco di Baviera. I killer sembrano scegliere senza un disegno le località in cui colpire.
Non è dunque un caso locale, l’intera Germania è coinvolta.
Ciò che dovrebbe puntare il dito contro la nazione, e cioè contro la sua stessa storia, la quale al passaggio del millennio non si è più in grado di qualificare come recente o trapassata, ovverosia una serie di delitti razziali di evidente matrice neonazista, abbassa l’indice accusatore. Tutto tace per due anni e mezzo, nessuno a parte pochi e inascoltati funzionari di polizia sembra proporre la svolta corretta alle investigazioni. Responsabili e addetti alla sicurezza di Stato, e con loro gli agenti delle intelligence tedesche, lavorano a un ritmo frenetico, come dimostrerà in un futuro prossimo e fosco la massa di mail e di pagine che ingrossano il dossier – centinaia di verifiche individuali, pedinamenti, intercettazioni, rapporti da parte di infiltrati circa la scena underground del nuovo nazismo democratico e cospiratorio, una massa sterminata di dati e descrizioni più o meno atte a comporre il romanzo di un popolo rinnovatosi in una inquietante continuità. Eppure è secondario tutto in questo spazio bianco in cui sembrano essersi confusi in una folla di ottanta milioni di persone i colpevoli, ammesso che non si tratti di un unico omicida…
Il 25 febbraio 2004, mercoledì delle Ceneri, in un arco di tempo stimato in dieci minuti, che vanno dalle 10.20 alle 10.30 mattutine, a distanza di due anni e mezzo dall’ultima esecuzione, una CZ 83 silenziata colpisce nuovamente, a Toitenwinkel, distretto di Rostock. Viene ucciso Mehmet Turgut, turco, clandestino, già residente illegalmente ad Amburgo. Si trovava nella cittadina del Meclemburgo per concludere accordi che gli avrebbero permesso di gestire un negozio di kebab.
Vendere kebab. E’ proprio a partire da questo particolare merceologico che, nell’assenza assoluta di indicazioni da parte delle autorità circa piste che conducano all’universo neonazista, i media tedeschi, poi ripresi da quelli inglesi, formulano l’odiosa stimma dei “Delitti del kebab”, un’indicazione più che sufficiente a determinare lo stato di sonno mnemonico della nazione circa la propria storia. A causa dei trascorsi amburghesi, viene infatti effettuata la connessione con la morte di Süleyman Taşköprü: due gestori di negozi alimentari determinano la creazione di un’etichetta etnica definitiva, inscalfibile.

La “pista del kebab” offre dunque ai colpevoli, cioè a chi organizza con costanza e acribia gli efferati delitti, l’occasione di definire meglio il depistaggio fatale: colpiscono per la terza volta a Norimberga, dove viene ucciso İsmail Yaşar, cinquantenne proveniente da Suruc, proprietario di un negozio di kebab in Scharrerstraße. Viene colpito dai proiettili dell’usuale arma tra le 9.50 e le 10.10 del mattino del 9 giugno 2005, secondo ricostruzioni effettuate in base a minime testimonianze.
Giornali e televisioni si scatenano. I kebab grondano sangue in Germania.
Passano sei giorni ed è la volta della prima vittima non appartenente all’etnia turca, la seconda a cadere in Monaco di Baviera. Si tratta del greco Theodoros Boulgarides, eliminato da colpi di arma da fuoco, una CZ 83 silenziata, tra le 18.10 e le 19.00 del 15 giugno 2005. Viene raggiunto dai proiettili all’interno della sua ferramenta.
Non si diffonde il panico. La Germania si ravvoltola nel suo sonno complice.
Impressiona il silenzio tedesco circa fatti e indagini. Non si guarda ad alcuna pista estranea a quella del regolamento di conti interno alla comunità turca. Gli omicidi si succedono, la naturalezza con cui viene percepita ogni morte indotta da questo crimine infinito è sconcertante. Si tratta soltanto di almanaccare, un delitto via l’altro, i giornalisti non sembra pressino le autorità e queste lasciano filtrare notizie accomodanti e prive di qualunque interesse pubblico in apparenza.
E dunque a Dortmud viene trovato senza vita Mehmet Kubaşık, nel primo pomeriggio del 4 aprile 2006. E’ un venditore al suo chiosco ed è colpito alla testa dalle pallottole esplose da una CZ 83 silenziata. Di origini turche, si tratta di un cittadino tedesco; il che non smuove l’opinione pubblica e, a quanto pare, i responsabili delle indagini nemmeno.

Due giorni dopo, è il turno di un’altra vittima, Halit Yozgat. Sarà l’ultima vittima turca di questa serie sconvolgente di omicidi. Si tratta del gestore di un internet cafè a Kassel. Ci sono testimoni, non si ha notizia della sostanza delle loro dichiarazioni. Entrano nel locale due uomini e gli sparano alla testa – questa è l’indicazione fornita alla stampa e ai media. Tuttavia tra i testimoni pare esserci un ufficiale di polizia tedesco. Non si riesce a fare emergere il suo nome. Non pare nemmeno un testimone: avrebbe abbandonato il locale poco prima dell’ingresso degli assassini. In seguito si saprà che l’uomo ha mutato la propria posizione, ammettendo di essere presente all’omicidio. Altro non si viene a sapere. La sua presenza costituisce di fatto la connessione con le identità misteriose dei colpevoli della serie di omicidi, tuttavia non viene assunto alcun provvedimento in merito e gli investigatori non abbandonano la pista turca, che da più anni non ha prodotto risultati.
Chi è questo uomo? Chi è questo testimone che ritratta? Chi è questo abitante di una terra di mezzo tra testimonianza e colpevolezza?
Lo scenario muterebbe inverosimilmente con l’omicidio successivo. Accade tuttavia che non si connetta con la serie di delitti etnici quello di un’agente di polizia, Michéle Kiesewetter, che il 25 aprile 2007 a Heibronn, nel Baden Württemberg, viene uccisa mentre è in pausa pranzo con un suo collega, ferito gravemente e sopravvissuto con danni cerebrali che comportano un’amnesia assoluta. Scompare dalla scena del delitto la pistola di ordinanza di Michéle Kiesewetter. Scompare anche un paio di manette in dotazione della agente uccisa.
E’, questo ultimo, un omicidio che non pare avere connessione alcuna con le uccisioni dei turchi. Resta nemmeno una parentesi aperta: è una monade, un unicum, l’individuo di cui non si sospetta l’esistenza di un gemello e nemmeno di un parente alla lontana.
E però è l’omicidio decisivo. Ecco l’accelerazione, il caos che scatena il caso che scatena a sua volta esplosioni multiple, fatti che si collegano a fatti, la trama e il reticolo che pretendono il rispetto del loro lignaggio, la realtà che diventa equazione – per quanto complessa, un’equazione, quindi risolubile e perciò tranquillizzante. L’inaspettato attende nell’ombra, ma è attesissimo, si conosce già la sua identità, lo si attendeva proprio per questo, per confermare che il plot è un plot e che un colpevole c’è.
Il 4 novembre 2011, a quattro anni dall’omicidio Kiesewetter e a dieci anni dall’inizio della serie di assassinii detti “del kebab”, viene rapinata una banca a Eisenach, in Turingia, una città tra Francoforte e Lipsia. I rapinatori sono inquadrati a capo coperto dalle telecamere a circuito chiuso. Fuggono con un camper, l’allarme è stato dato immediatamente, le auto della polizia incalzano il mezzo dei criminali, fino a stringerlo di assedio. I rapinatori non hanno alcuna speranza: verranno catturati. Invece, per la sorpresa degli agenti di polizia schierati in massiccio dispiegamento, due colpi di arma da fuoco si ascoltano esplodere all’interno del veicolo. Non ci sono reazioni agli avvertimenti che le autorità indirizzano agli occupanti del mezzo. Gli agenti fanno irruzione. Rinvengono cadaveri due uomini, in seguito identificati come Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt.

La scoperta che provoca l’accelerazione e la ricostruzione di un affresco criminale: all’interno del camper viene trovata la pistola di ordinanza appartenuta a Michéle Kiesewetter, l’agente di polizia uccisa nel 2007 a Heibronn. Risulta dunque una vittima legata ai due Uwe, omicidi suicidi a Eisenach: chi sono?
Insieme alla pistola della Kiesewetter, si recuperano anche le manette che aveva in dotazione. Ciò esclude un passaggio di mano dell’arma dell’agente Kiesewetter tra criminali: non si acquista una pistola insieme a un paio di manette. Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt sono incontestabilmente i massacratori che hanno ucciso l’agente e ferito gravemente il suo collega a Heibronn.
Le frenetiche ricerche sui due Uwe non sono tanto frenetiche da anticipare quanto accade, a velocità vertiginosa, a distanza di poche ore.
A poche ore dall’omicidio-suicidio di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, sempre il 4 novembre 2011, a Zwickau, importante città circondariale della regione Sassonia, si avverte un’esplosione. Una villetta monofamigliare prende fuoco. E’ la residenza dei due Uwe.
Insieme ai vigili del fuoco fa irruzione anche la squadra di polizia che investiga sui due rapinatori omicidi: vengono salvati dalle fiamme alcuni dvd e una pistola. Si tratta di una Ceska 83 calibro 7.65. E’ l’arma dei delitti del Bosforo.
I dvd lasciano esterreffatti gli inquirenti: sono immagini girate pochi momenti dopo tre omicidi della serie, si vedono distintamente vittime e scene che di lì a poco saranno scoperte dalla polizia. Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt sono i responsabili della serie criminale più raccapricciante del dopoguerra tedesco. E sono neonazisti: hanno fondato il Nationalsozialistischer Untergrund, gruppo sconosciuto anche agli esperti dell’antiterrorismo, ma non agli infiltrati con cui le autorità ritenevano di controllare l’universo neonazista. Si erano conosciuti a un raduno di simpatizzanti di estrema destra nei Novanta e avevano deciso andare a coabitare a Zwickau insieme a una terza persona. Chi è questo terzo che camminava loro a fianco?
A una settimana dalla morte dei suoi commilitoni, si consegna alla polizia Beate Zschäpe: è la responsabile dell’incendio nella villetta.
Viene arrestata. Entra in un silenzio assoluto, la carcerazione non sembra inclinarla. Non assomiglia alla terrorista di estrema sinistra Ulrike Meinhof, ma in ogni caso la ricorda, forse per un effetto mediatico. E’ bassa, tozza, balbuziente.
Il caso sembrerebbe risolto. Non lo è. Viene svelata l’identità del membro delle forze dell’ordine che ha assistito all’omicidio di Halit Yozgat, nell’internet cafè a Kassel. E’ un infiltrato al soldo dell’intelligence tedesca. E’ noto nell’ambiente neonazista come “Piccolo Adolf”. Sono incontrovertibili le prove di una sua collaborazione alla regia di quell’omicidio: non si trattava di un testimone, bensì di un colpevole.
Soltanto una volta risolto, il caso ha risalto.
Sembra corresponsabile dei tragici eventi la copertura fornita dall’intelligence a presunti infiltrati addivenuti controinfiltrati. Deviata l’attenzione della pubblica opinione, devianti le piste seguite per anni, deviata la squadra speciale di centosessanta agenti che hanno controllato senza successo undicimila persone, passando al setaccio milioni di telefonate e ricevute di carte di credito. I servizi segreti devono pagare il conto di illazioni e fatti sconcertanti. La cancelliera tedesca Angela Merkel decapita i vertici dell’intelligence e dichiara fuori legge il partito neonazista.
I tedeschi tirano un sospiro di sollievo e ipocrisia.
Non hanno tempo per tranquillizzarsi e ritenere conclusa una minaccia alla loro pace ingrassata da una valuta continentale che stanno sottomettendo ai propri appetiti.
Emerge che Anders Behring Breivik, lo stragista norvegese che ha colpito a Oslo e Utøya, ha spedito due lettere dal carcere. Di una non viene riferito il destinatario, dell’altra sì: è diretta a Beate Zschäpe. La quale, solitamente, rifiuta ogni corrispondenza. La missiva di Breivik, previamente ispezionata dalle autorità che ne svelano brani del testo, viene accettata dalla detenuta.
Scocca l’arco voltaico tra Breivik e Zschäpe.

Un membro in sonno: il quarto componente del Nationalsozialistischer Untergrund.
E’ molto più giovane di Beate e dei due Uwe, da quanto si apprende scorrendo il dossier delle intelligence.
“Piccolo Adolf” è stato bruciato. Non si può incontrare.
Il colpevole dei colpevoli, l’eminenza grigia, il responsabile segreto a cui tutto è addebitabile – è il “Piccolo Adolf” Hitler?
Sono disperso, un esploratore in solitario nel gelo assoluto del pack, nella sostanza fredda delle storie, un Amundsen in avanguardia verso il centro ipotetico delle storie.
La materia delle storie è il caos. Le storie convergono e divergono, prive di senso apparente.
Lo scrittore che ero avrebbe messo in scena. Cosa? La scena del crimine, le scene dei crimini, la scena che sta dietro le scene dei crimini.
Replico i reticoli delle storie. Racconto i sistemi delle loro equazioni impazzite. Cerco l’associazione di realtà dissociate: e non la trovo. Sto in quella dissociazione, vedendola, carezzandola.
Descrivere è ora tutto. Non ha più senso raccontare, non continuo; oppure continuo a raccontare, però non lo mostro.
Mostrare è mostruoso.
Tell, don’t show.

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