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In morte e in vita di Andrea Camilleri

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Se ne è andato il padre del commissario Montalbano. Epica e grandezza dell’autore più amato dagli italiani.

Se n’è andato il maestro. Andrea Camilleri è morto, all’età di 93 anni.
Ora è il momento del neocordoglio: la morte, e non a caso, è un’ossessione social, che probabilmente ha avuto in “#JeSuisCharlie” il suo momento più emblematico e collettivo. Ciò significa che, per qualche ora, la compulsione dei digitalizzati funzionerà attraverso hashtag ed espressioni emotive enfatizzate dall’istante, questa unità di tempo impropria e incerta (quanto dura un istante?), ma certamente più rattrappita che in anni predigitali.

Chiunque ha letto Camilleri testimonierà delle emozioni che hanno suscitato quelle espressioni pittoresche, dai “cabbasisi” in giù, con cui Montalbano si è imposto indifferentemente su pagina e su piccolo schermo. E poiché è il momento del neofunerale, smaterializzato, privo di presenza fisica della salma, cioè un evento grossolanamente intimo e per nulla tale, è dunque possibile proporre una riflessione, fino a un certo punto soggettiva e ambiguamente condivisibile: quanto è stato effettivamente un maestro Andrea Camilleri? Quale valore letterario, quale impatto intellettuale, o in alternativa sociale, ha sortito la sua sconfinata produzione narrativa e saggistica? Sembrerebbe un discorso privo della necessaria deferenza, magari fuori luogo in questa congiuntura, ma non c’è cinismo e, anzi, si impronta il ragionamento al massimo della gratitudine per un autore che, forse, ha trasformato per sempre il ruolo dello scrittore nell’età del mainstream. Il viatico che Camilleri ha fornito all’intero Paese è un’antichità riproposta in tempi di progressivo imporsi del pixel, e appunto dell’istante, quale unità di misura universale.

Ogni lettrice e ogni lettore hanno avuto in sorte di conoscere questo autore amatissimo in una forma precisa: quella dell’anziano. E dell’anziano con quella precisa fisionomia. Ciò ha permesso un’elaborazione precisa, in termini di immaginario collettivo: Andrea Camilleri è apparso da subito come un antico profeta, un Tiresia che strascicava le pronuncia, nella millenaria attitudine del siciliano che proviene da arabi e normanni, che ha visto milioni di paesaggi umani, che conosce i dolori del corpo e dell’anima. E’ apparsa storicamente coerente l’evoluzione di una patologia oculare degenerativa, di cui soffriva e che lo ha reso cieco: il profeta è cieco e Camilleri stesso commentò che, avendo perso la vista, ora tutto gli era più chiaro. C’era dunque una cifra biblica di questo macilento e splendido narratore, che connetteva la vista alla profezia e la profezia alla scrittura. Si trattava di un elemento che solo tangenzialmente era personale, poiché era veracemente archetipo, fondante, quasi pagano. La sapienza profana ai suoi massimi livelli.

Essendo siculo, Camilleri si portava sulle spalle una determinata tradizione, in cui gravavano spiriti identificabili, dal peso specifico abnorme: Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Bufalino, Consolo e soprattutto Sciascia. E’ uno sguardo preciso, identificabile, ampio – lo sguardo siculo sul mondo è una forma barocca di contemptus mundi, di erosione scettica e di speranza assoluta, poiché, se le cose non cambieranno mai, significa che le cose ci saranno sempre. Se la Sicilia letteraria ha espresso unanimemente una caratteristica che si erge sul carattere, si tratta appunto di una smorfia paziente, di una sigaretta dietro l’altra tra le labbra di Sciascia e di Camilleri, di gente, cioè, che sa alla perfezione come l’ordine delle cose italiche promani da una persistenza dell’infinita decadenza, della sapienza di una fine sfinita e sfinente. Uno sguardo politico che è uno sguardo civile. L’impegno civile come metafisica, come dato glocal: esso è topico, è siculo, ma è transnazionale e, addirittura, spirituale.

In questo rotolare lento e progressivo, che sembra un infinito regresso, Andrea Camilleri manifestava la propria gioia di essere al mondo consumando: consumava avidamente sigarette, whiskey – e parole. Veniva da una stagione moderna che era sempre antica: i tempi d’oro della Rai, quando produsse quel capolavoro che era il Maigret con Gino Cervi. Già quando ero piccolo io, si trattava di un’epoca leggendaria e pregressa. L’abilità del tutto spontanea, di cui il papà di Montalbano è stato interprete straordinario, consisteva nel trascinare quell’età aurea in qualunque presente egli abbia vissuto e ci abbia fatto vivere. Camilleri si portava dietro un canone e, per questo, egli è stato un uomo canonico, uno scrittore da canone – e bisogna osservare di quale canone si tratta.

La consistenza sicula del noir è un canone totalizzante. La formula nera è stata declinata da tutti i grandi siciliani. L’ha utilizzata al meglio proprio Leonardo Sciascia. E, come canone vuole, il noir è imparentato con le sacre scritture (l’interrogatorio di Dio a Caino sul delitto Abele), almeno quanto lo è con la resa a schermo, piccolo o grande che sia. Camilleri non è stato capace di scrivere un “Todo modo” e questo va detto. Neanche “Nottetempo, casa per casa” ha scritto. Piuttosto, è stato l’innovatore di questo apparentamento multimediale, parola scritta e parola filmata, che l’antica tradizione della Trinacria ha sempre confermato, creandosi il suo proprio Novecento. La serialità, per esempio, questa macchina tumorale che disseccherebbe a chiunque la vena, impedendogli di scrivere, Camilleri l’ha sofferta e vinta, confermandola. E’ un miracolo polimediale. La sindrome della pagina bianca come incombenza continua – ecco la malattia segreta, che l’autore girgentino ha letteralmente squadernato e curato, coltivandola. La sconfitta è una forma di vittoria: in ciò si dà uno dei molteplici trionfi del vitalismo di Camilleri.

L’imporsi mediale e mainstream della serie tv, “Il commissario Montalbano”, che a ogni replica rassicura e conquista il pubblico italiano, portandolo a essere insieme pubblico televisivo e pubblico letterario, funziona anzitutto in questo modo: la lingua diventa un fenomeno pittoresco, così come è da cartolina la geografia immaginifica e realistica di quel Porto Empedocle che è Vigata, ovvero lo scenario dell’azione in cui Montalbano si muove tra tic riconoscibili e personaggi macchiettistici. Il rischio che si è preso Camilleri è stato proprio quello di essere ridotto a macchietta, poiché il suo teatro umano era un teatrino e i pupi sono un modo in cui il mondo ti riassume in un balloon, in una barzelletta, in una rappresentazione a canovaccio, che corrisponde al desiderio e all’immaturità del pubblico stesso, al quale, come osservava Silvio Berlusconi, bisogna parlare come se si avesse davanti un bambino di otto anni.

Tuttavia la storia della televisione è una faccenda di immaginario collettivo e non di stile. Uno dei sintomi più interessanti di questa ambiguità è stato l’annuncio del collasso dello scrittore poche settimane orsono, dato in tv da Enrico Mentana: per ben cinque volte il conduttore ha osservato che era in coma “lo scrittore popolare più importante in Italia”. C’era bisogno di quell’aggettivo, “popolare”, per collocare Andrea Camilleri in un’età che egli aveva vissuto e che oggi è soltanto un ricordo, ovvero quella in cui l’intellettuale era Calvino e non Rodari. Un’immaginazione di canone, come dimostrò Umberto Eco con la sua “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. Camilleri unifica l’esperienza del mainstream e dello stile in un’età che egli stesso inaugura, con il suo deflagrante successo. Sul piano editoriale, non è più l’era del bestseller, è piuttosto l’epoca del gigaseller.

Che spopolino i tour turistici tra le location con cui si compone in telefilm l’invenzione del paesino di Vigata, in altri tempi, sarebbe da almanaccare sotto l’indice del postmoderno. Camilleri porta l’Italia fuori dal postmoderno, in una zona in cui discipline e tradizioni non sono semplicemente mixate, ma realmente trascese in una sostanza mediale di indefinita storicizzabilità.
A oggi, se uno scrittore si presentasse presso un editor di una grande casa editrice con un manoscritto in dialetto, fatta la tara sul traino che lo stesso Camilleri costituisce in termini di desiderabilità editoriale, la risposta per la pubblicazione sarebbe probabilmente negativa: troppo lessico è respingente, la leggibilità è compromessa, nulla è facile e decorativo. Alla fine della lingua letteraria, Camilleri costituisce paradossalmente il bastione della lingua letteraria, della sua indecrittabilità, della difficoltà che è implicita in qualunque operazione complessa e nei suoi esiti di guadagno interiore, di stratificazione dello sguardo, di allargamento della comprensione del mondo.

Andrea Camilleri non ha mai inteso o ambìto a essere Franz Kafka. Ci è riuscito, diventando Andrea Camilleri. Siano resi onore e gratitudine a questo uomo, a questo scrittore, a questo intellettuale, per esserne stato capace.

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