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La leggenda “True detective”

Per acclamazione universale, la serie con McConaughey e Harrelson ha costituito uno spartiacque nella storia della tv. Dalla letteratura a David Lynch, rimandi misteri e senso di un’opera di culto

Sono trascorsi cinque anni, che a oggi costituiscono un’eternità, da quando “True detective” accadde nel 2014 e segnò uno dei tanti, ma pochissimi, discrimini nella narrazione su schermo – che sia piccolo o grande poco importa. “True detective” era esattamente questo: lo schermo avviene. Metacritic ha classificato la prima, prodigiosa stagione del drama ideato da Nick Pizzolato e diretto da Cary Fukunaga, con l’inedita categoria “acclamazione universale”. I fallimenti, totali o parziali, sortiti dalle due stagioni successive, di fatto, hanno ottenuto l’esito di rilanciare l’eccezionalità del racconto della prima, interpretato dai dioscuri Matthew McConaughey e Woody Harrelson con un’intensità attoriale che è arduo ritrovare nella galassia seriale.

Le ragioni dell’eccezionalità di “True detective” sono reperibili e meditabili a qualunque livello e però, come accade sempre quando ci si trova al cospetto di un’opera d’arte, sono scivolose, evidenziano ammanchi, producono il movimento di un’interpretazione infinita, disperdono tracce e mettono in difficoltà l’opera di storicizzazione e analisi. Per fare un esempio, l’enorme successo del Reddit che fu dedicato alla serie implica già un ragionamento sul piano strutturale e quindi formale. Una detection
senza pari fu collettivamente applicata alle singole puntate, alle singole scene, ai singoli frame di TD. Una discussione infinita, che connetteva alcune ossessioni del contemporaneo (il complotto, la violenza sui bambini come nucleo ultimo della moralità, l’esotismo e la freakness) a una ricerca esasperata ed esasperante di particelle microscopiche di verità, mettendo a nudo una massa impressionante di easter egg, citazioni, allusioni. Già solo su questo piano siamo al compimento del postmoderno, ma anche questo giudizio sarebbe falsificante. Piuttosto “True detective” inaugura collettivamente ciò che arriva dopo il postmoderno: uno spazio di azione espressiva, che sicuramente azione, ma è espressione soltanto in senso ambiguo, nonostante la fortissima caratterizzazione autoriale dell’opera.

E’ dunque necessaria un’esegesi, una semiotica, un’azzardata mossa di dadi, per cogliere l’eccezionalità e l’origine di questa narrazione.

Dicendo anzitutto che l’origine e la destinazione del lavoro di Pizzolatto e Fukunaga non è il cinema, non è la tv: è la letteratura. Troppa sapienza ritmica e strutturale, troppa consapevolezza stilistica e linguistica. Ciò sottintende una percezione delle cose, in TD, che vede nel cinema anzitutto una creazione capace di essere mainstream-popolare, come accade in letteratura con Notre Dame di Victor Hugo, dove l’autore, nel capitolo “Parigi a volo di uccello”, realizza in immaginario una visione dinamica dall’alto, che fonda da subito qualunque soggettiva, montaggio o carrellata. Quello che di letterario si trova in True Detective non è però la politica dei generi. Esistono di certo i riferimenti ad Ambrose Bierce e a Thomas Ligotti, si riconoscono a un primo sguardo, come del resto si riconoscono i legami cinematografici con molta cinematografia, come Zodiac di Fincher o Strade Perdute di Lynch.
Ciò che di letterario si ravvede in True Detective è la sua capacità di distruggere qualunque testualità, il che è il sottinteso di ogni testo letterario. Ci sono precisi momenti bianchi, vuoti, sospesi, e questi momenti sono fittissimi, il che fa sì che i frame siano percepiti come movimento coerente, mentre è un ovvio errore percettivo: si sa benissimo che in mezzo ai fotogrammi c’è sempre un frame “vuoto” e l’occhio non lo coglie. La letterarietà di True Detective sta in relazione con Melville e Kafka, che sono maestri del vuoto e del silenzio inteso in questo senso, piuttosto che con la letteratura di genere.
Questa c’è, è indubbio, ma è presente solo a un livello superficiale.

Il problema che interroga in maniera profonda, guardando la serie, è l’intensificazione dell’esperienza estetica e quindi percettiva che essa impone: l’attenzione è di fatto incrementale, lo si è verificato dalle reazioni su Reddit. Cosa significa in questo caso intensificazione? Si avverte un “colpo interno” e si sale a un livello più intenso di attenzione. Perché accade? Come accade? Perché questa cosa è arte? Ci si concentra più sul fatto che l’arte è mainstream e che il cinema è morto, piuttosto che sul dato universale che questo serial, termine che mi pare comunque superficiale, rifà le stesse cose che fa la tragedia di Eschilo o quella di età elisabettiana. Ma in che modo Eschilo fa le stesse cose di Shakespeare? Questo è il punto che rimane non indagato dai critici, o meglio dai teorici: anche quelli cinematografici. Oggi è evidente che c’è fin troppa critica e manca la teoria. Aristotele, con la Poetica, non faceva il critico delle tragedie: teorizzava sul tragico. Siamo anche noi a quell’incrocio. “True detective” chiama chiunque a esigere da se stesso una teoria che permetta di spiegare lo stato in cui ci si sente trascinati nella visione (qualunque visione si adotti: un episodio alla settimana o una maratona in binge watching non importa). La consapevolezza umana che rasenta la tracotanza mitica, come strumento conoscitivo: è ciò che accade nella tragedia classica greca, che obbliga a utilizzare il deus ex machina quale personaggio. Durante uno dei monologhi davanti ai due poliziotti di colore, il Rust interpretato da un supremo McConaughey usa precisamente in questo senso il termine “ubris”, “tracotanza”. Il vuoto tragico, l’eroe che va allo zero: ecco la pienezza del racconto: essa è un vuoto, una sospensione, uno zero appunto. La sospensione di giudizio è la materia delle storie, la forma è uno svuotamento, il che viene reso esplicito col titolo dell’ultimo episodio di TD, “Form and Void”. Quale forma e quale vuoto? Nelle easter eggs infinite, per esempio, si registra la presenza sul comodino di Rust di ben due edizioni delle “Upanisad” vediche: i grandi testi metafisici sul vuoto e la forma.

Il vuoto causa paura, un terrore arcaico e inestirpabile. Questa paura del vuoto impedisce di chiederci che cosa sia veramente il vuoto. E vuoto, in TD, è anzitutto il personaggio, la “funzione personaggio”. Si può anche dire che ci troviamo davanti a una citazione che rimanda all’analogico, nel momento in cui Matthew McConaughey ritaglia i personaggini dalle lattine di birra, ma quel gesto e quelle sagome stanno formulando una domanda: che cosa è il personaggio? Queste sagome di latta sono cinque, e hanno dunque una rilevante relazione con la trama – però non sono personaggi. E cosa sarebbe essere personaggio? Nella scena in cui Rust posiziona omìni di latta, si realizza il collasso del personaggio: la sagoma vuota è più fondamentale del personaggio interpretato da un attore. Ci si trova di fronte ad un movimento che non dice nulla perché non vuole dire nulla, alludendo a tutta la storia, a tutta la trama, facendo saltare i plot. Quel movimento di collasso generalizzato è sostanziale e, quando capita, è una benedizione. Prende il controllo il fuori controllo. Su questo punto non può intervenire la critica: ci dovrebbe essere la teoria. Quei personaggi di latta sono, e non c’è altro. Non intendono dire più nulla, se non che non intendono, che non dicono, più, nulla. Qui è l’abisso. Chi vi si sporge è il vero detective.

Affrontare il vuoto sarebbe impossibile, se non si utilizzassero simboli. E sembra che questo facciano Pizzolatto e Fukunaga: usare una “quest”, cioè un’indagine attraverso i simboli. Però quale interesse sollevano le simbologie che Pizzolatto e Fukunaga mettono dentro l’opera? Alle prime scene di “True detective” si può pensare di essere di fronte all’estetica à la “Hannibal”, la medesima che impegna Fincher in “Seven”. Però guardiamo bene cosa succede in Fincher. Per quanti elementi di “Zodiac” si riconoscono in “True detective”, il punto qualificante è che Pizzolatto fa la stessa cosa che accade in The “Social Network”. Nell’incredibile dialogo iniziale tra Zuckerberg e la sua ragazza, ci sono le parole e i modi di una dialettica compiuta, però ne sortisce un vuoto di minuti e minuti. Cosa stanno dicendo realmente i due protagonisti della scena? Non dicono niente e si intendono benissimo, nell’equivocarsi.

Parlano, ma regna il silenzio. Esattamente come per Rust e Marty in TD: parlano, ma regna il silenzio. Se non ci si interroga sostanzialmente su quale Forma e quale Vuoto vengono approcciati attraverso il Silenzio, non si arriva a comprendere il meccanismo con cui TD produce senso e perturbamento. E’ come se stessimo fissando le sagome di latta di Rust, senza chiederci *cos’è la latta*. E’ proprio in questa prospettiva che si definisce un rapporto, occulto e apparentemente sbagliato, tra il lavoro dei creatori di “True detective” e l’opera di David Lynch. Non è sul piano della materia, delle storie e della loro leggibilità, che TD incontra “Twin Peaks”. Certo è che le assonanze risuonano davvero: si tratta di due detection, di minori scomparsi, di una loggia segreta, di una provincia americana, di una presenza esorbitante da parte di una natura che inquieta, di allucinazioni che prendono i protagonisti, di sessualità abnorme, di rapporti borghesi in stato di alterazione profonda. Qualcosa, insomma, tra le due serie esiste e fa percepire un incombere. Se prendiamo questo apparentamento dal punto di vista del Vuoto, il paragone tra le due opere ha un senso acuto. Se si fa l’esperienza di “Twin Peaks” ragionando sul fatto che *non è* qualcosa, allora in quel caso il paragone ha un senso profondo, e si può dire che TP e TD sono due produzioni artistiche molto vicine. La televisione, in cinquant’anni di storia, non aveva prodotto quasi per nulla arte estetica e uno degli apici artistici della sua storia era stato proprio “Twin Peaks”. Se si considera “True Detective” un’opera di televisione, allora Twin Peaks è la realtà più vicina alla serie di Pizzolatto e Fukunaga: la stanza rossa in Lynch equivale all’enorme spirale nel confronto finale di “True detective”. Ci sono assonanze e peculiarità, è evidente che Pizzolatto ha ben presente “Twin Peaks”, si capisce nelle radici alla Steinbeck e alla Faulkner. Bisogna dunque comprendere come è stato percepito Lynch. Se è il Lynch visionario, il Citazionista, l’Onirista – allora non si è sentito Lynch, non si è davvero compiuta l’esperienza Lynch. Per Lynch l’arte consiste nel veicolare il Vuoto: cioè dove si sta senza che ci sia forma, dove non si pensa e, pur non essendoci pensiero, potrebbe emergere all’improvviso qualunque pensiero. E’ questa pressione del possibile, prima che appaia ciò che è manifesto, a interessare, perturbare e fare paura in “True detective”.

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