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La Generazione Trap prende tutto

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Da Mahmood in poi, un discrimine è stato posto: il mondo 3.0 è in mano ai giovani 3.0

Le rivoluzioni culturali producono a un dato punto istanti simbolici e fatali, che, per chi quelle rivoluzioni le subisce, appaiono addirittura trascurabili, se non comici. Sono i punti di svolta in cui il mondo e la storia comunicano alle popolazioni che essi si sono rinnovati e che il rovesciamento è irreversibile. Uno di questi alti momenti, nell’Italia repubblicana, è perennemente il festival di Sanremo. Altrove sarebbe ridicolo o tragico, ma proprio questa è la precipua cifra italiana: una civiltà in cui il tragico ama coincidere con il ridicolo. L’ultima edizione sanremese consumatasi ha emesso un sintomo, assoluto e non più ignorabile, che dura da mesi, proprio in un tempo in cui un mese coincide con una generazione e i giorni sono fugaci istanti, dimenticabilissimi. Ecco il sintomo sanremese, che vale per l’Italia tutta: il mondo è 3.0, il mondo è dei 3.0. Mahmood significa questo: una rivoluzione, non tanto praticata dai giovani 3.0, quanto riconosciuta dalla civiltà dello spettacolo e dallo spettacolo della civiltà. Chi sono i giovani 3.0. queste belve digitalizzate, questi incivili usurpatori del contesto civile? I protagonisti della pubblica incoltura, ovvero i moralisti, ovvero coloro per cui i 3.0 sono digitali e quindi affetti da un irrimediabile cretinismo dovuto all’inesperienza del mondo, sono i portatori malsani di un agente patogeno, che a chi non sappia cosa sia ThisCrush (è una app di messaggistica anonima, molto diffusa nelle fasce giovanili su Instagram) recapita il messaggio che il tempo è scaduto. La scena, a Sanremo, se la sono presa loro, i 3.0. Sarebbe urgente scrutare dall’interno questi che l’eterno passatismo italiano (una forma sospetta di moralismo, come sospetti sono tutti i moralismi e tutte le italianità) riguarda come animali fantastici. Da Achille Lauro con la sua samba-trap allo hip-hop cantautorale del ventitreenne Ultimo, ma soprattutto al Morocco pop del vincitore Mahmood: ecco le vittime per nulla sacrificali delle polemiche d’antan, che hanno investito coloro che rappresentano una svolta generazionale storica. La quale attende da anni di essere investigata. Infuria, senza davvero infuriare, il dibattito sulle élite e il popolo – mentre l’oggetto oscuro dei desideri avvizziti e il soggetto portatore di una rivoluzione non sono né le élite né il popolo, bensì l’immane compagine dei 3.0. Esistono approcci a questo tsunami anagrafico e culturale, dal Baricco di “The game” al Serra de “Gli sdraiati” al Recalcati de “Il complesso di Telemaco”. Il che è tuttavia insufficiente e molto distante da una presa di coscienza circa il trascendimento del Vecchio Mondo, operato dalle falangi che stanno vivendo e imponendo il Mondo Nuovo.

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Da anni si attendeva il compimento della visione da ghetto metropolitano che i rapper hanno inverato alle nostre latitudini e da mesi urge aggiornarsi su una popolazione che trascorre in Rete una media di 100 giorni l’anno (lo attesta il report della ricerca “We are social”), spende passione e tempo e denaro nel gaming on line (un mercato che vale 1,4 miliardi di euro in Italia nel 2017), tributa 26 milioni di views in due anni a “Sportswear” della Dark Polo Gang e 19 milioni in una settimana al brano che si è imposto a Sanremo. Cosa accade su Twitch, con le partite in streaming seguite e giocate da milioni di follower, o quanto vale il mercato dei Muser su Tik Tok, che i genitori degli attuali adolescenti conoscono come estrema trasformazione di Musical.ly? E quale cultura collettiva si impone insieme a questa transumanza accelerata verso la digitalizzazione estrema del reale? Si può continuare a tollerare il farisaismo che recapita il Tapiro d’oro a chi canta del fenomeno Rolls Royce o utilizza ancora categorie di orientamento sessuale, che la generazione 3.0 non intende impegnare per definire se stessa e il proprio sentimento del mondo? Si comprenderà prima o poi, senza rigorismi, che per la generazione 3.0 Corinaldo vale Genova per la precedente?

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E’ una rivoluzione che giunge a un culmine di visibilità e dura da anni. Quasi trent’anni fa, negli Stati Uniti che elaborarono il rap come categoria di avanguardia culturale, uno scrittore penetrante come David Foster Wallace lanciò una profezia e un’analisi implacabili, spiegando ai “bianchi” la musica ritmata per rime che nei decenni successivi avrebbe stravolto il panorama della cultura popolare in tutto l’occidente. DFW parlava di “cazzuta genialità” a proposito del processo circolare realizzato dal rap, in “un loop quasi digitale” (mancavano quattro anni alla divulgazione planetaria del Web): il rap, e noi potremmo aggiungere la trap italiana di questi ultimi anni, “ha trasformato l’orrore del suo mondo – tradito dalla storia, bombardato da segnali contraddittori, violento nella sua impotenza, isolato, claustrofobico e privo di vie d’uscita – ha trasformato questa specifica forma di orrore in una specifica forma di arte d’avanguardia, che guadagna un nuovo tipo di mimesi, ruvida e spietata”. Per quanto alta e inadatta a un mondo a cui frega zero della testualità, la parola chiave è “mimesi”, che richiama quella “divina” di Pasolini, quando l’eretico italiano scriveva: “Ah, hai ragione, sono un’ombra, una sopravvivenza… Sto ingiallendo pian piano negli Anni Cinquanta del mondo, o, per meglio dire, d’Italia”. Chi oggi non comprende il ribaltamento di valori immagini parole azioni, propugnati dalla generazione 3.0, è un’ombra e una sopravvivenza, che ingiallisce negli anni italiani che precedono gli ultimi mesi.

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Per un discorso sui giovani, il nome di Pasolini crea allerta. Sulle pagine di un magazine, il 16 giugno del 1968, il mittente delle lettere luterane scriveva ai giovani e dei giovani, rivoluzionari e borghesi, tacciandoli di “ambizioni impotenti”, di “pallori” in cui si leggono “snobismi disperati”, di “dissociazioni sessuali”, culminanti nella richiesta di potere accompagnata dall’incapacità di inventare un nuovo linguaggio rivoluzionario. E’ un j’accuse insostenibile nel momento in cui, di quei giovani che erano borghesi, non rimane più né un giovane né un borghese. Il padre non c’è, se ne è andato e offre silenzio alla domanda e alla rabbia del figlio, nel cuore di una periferia metropolitana rischiosa e orrenda – di fatto, il testo della celebrata “Soldi” di Mahmood è una risposta letterale e letteralmente contemporanea alle disamine pasoliniane sull’omologazione dei giovani. Si sarebbe tentati di dire che non è questa la sede per un’analisi completa e un reportage a più puntate sul Nuovo Mondo italiano – se non fosse precisamente questa la sede per un’opera simile, in cui tutti gli over 30 crollano con le usuali categorie interpretative, attoniti davanti al gomorrismo degli idoli giovanili, alla loro seconda natura che non è propriamente culturale e nemmeno psicologica, poiché sono da ridefinire profondamente queste due funzioni, con cui il mondo è stato decifrato in precedenza e ora non lo è più: la cultura, nel tempo in cui il supporto del testo non serve più a leggere la realtà, e psiche, in una nazione che nel 2017 ha consumato 34 milioni di confezioni di psicofarmaci. Bisogna armarsi dell’umiltà che individua lo stato dei trapassati meno rancorosi, per andare a scrivere reportage dai pronto soccorsi psichiatrici in cui i 3.0 afferiscono con le loro inesplicabili somatologie e gli attacchi di panico; o delle giornate medie dei ventenni che videogiocano in team professionistici; o negli studi di registrazione trap ricavati nei labirinti delle cantine di case popolari alla periferia delle grandi città; o dalle famiglie che diventano youtuber, trascinate da ragazzini 3.0 in cerca di visibilità e popolarità. Gli idoli della tribù non sono né totem né tabù. Lo scontro delle giovani menti fra loro ha questo di ammirevole, che mai si può prevedere la scintilla né indovinare lo sprazzo di luce. Indovinare quella luce è un imperativo etico e conoscitivo: va realizzato.

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