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Chi è Louise Glück, vincitrice del premio Nobel per la letteratura

Louise Glück, poetessa americana, è stata la sedicesima donna premiata con il Nobel, “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Ma non si tratta del suo primo riconoscimento ufficiale, aveva già vinto il premio Pulitzer nel 1993 per la sua raccolta L’Iris selvatico.

Ma conosciamola meglio Louise Glück, è infatti molto nota in patria, attualmente insegna anche a Yale, ma è ancora semi sconosciuta qui in Italia. Da noi sono usciti per il momento solo due sui libri, uno dei quali è proprio Averno, per il quale ha vinto il premio Nobel.

A portare in Italia la sua poesia è stata una casa editrice napoletana, “Denise & Descartes”, di proprietà di Raimondo Di Maio. Sulla vincita del premio Nobel Di Maio commenta:
“Siamo molto contenti per la poetessa, che è una grandissima poetessa, e perché questo premio arriva un po’ anche a noi, non lo avremmo mai immaginato

Nata a New York nel 1943, in una famiglia di ebrei ungheresi, trascorre la sua infanzia a Long Island. La scrittura è una passione di famiglia, il padre, Daniel, infatti, inizialmente sogna di diventare scrittore, ma raggiungerà invece il successo come uomo affari gestendo un’azienda con il cognato. La madre, laureata in francese, le impartisce un’istruzione basata sui classici e sulla mitologia, sopratutto femminile, stimolandola fin da piccola a scrivere poesie.
Purtroppo in gioventù soffrì di anoressia, che la obbligò a lasciare il liceo e poi la Columbia University. Nonostante il suo percorso non proprio lineare ha sviluppato, forse proprio a causa dei suoi problemi personali, una grandissima sensibilità verso i temi della nostra cultura, le sue poesie, infatti, intime e spinose, partono da ispirazioni biografiche, si soffermano spesso su una riflessione molto lucida su trauma, desiderio, natura, depressione e isolamento. Forte nella sua poesia è la presenza del percorso psicanalitico che ha intrapreso ai tempi dell’università.
Ma la sua poetica si basa anche su sensazioni personali esasperate e traumatizzate dal mondo che la circonda, in una prospettiva che trova consolazione esclusivamente nel potere catartico della poesia e dell’arte stessa:

“Life, my sister said, / is like a torch passed now / from the body to the mind”, “La vita, ha detto mia sorella, è come una torcia passata ora dal corpo alla mente”

Viene spesso accostata a grandi nomi della tradizione americana come, Emily Dickinson, Sylvia Plath, Elisabeth Bishop e Robert Lowell.

Un’altra sua grande caratteristica e quella di sapersi reinventare e cambiare stile, tanto che è molto difficile incasellare i suoi lavori in un ambito preciso:

“The master said ‘You must write what you see’/ But what I see does not move me. The master answered ‘Change what you see’” (“Il maestro disse ‘Scrivi ciò che vedi’, ma ciò che vedevo non mi commuoveva. Il maestro rispose ‘Cambia ciò che vedi’”).

Dopo la sua tormentata giovinezza, sono gli anni Novanta che le portano il vero riconoscimento tra i grandi poeti contemporanei americani.
Nel 1990 esce la raccolta, Ararat, in cui fa i conti con la porte del padre, poi l’uscita de L’Iris selvaggio, come già detto in precedenza, la porterà alla vittoria del Pulitzer, dove ha scritto, in uno dei componimenti, ‘Bucaneve’, dedicato alla vita che rifiorisce dopo l’inverno:

“Non mi aspettavo di sopravvivere/la terra mi sopprime. Non me lo aspettavo/di svegliarmi di nuovo, sentire/ nella terra umida il mio corpo/in grado di rispondere di nuovo, ricordando/dopo tanto tempo come rivivere/nella luce fredda/della prima primavera”

In questi anni esce anche la raccolta di saggi Proofs & Theories: Essays on Poetry.
La sua ricerca, sempre con un certo distacco, punta all’universale, nei suoi versi troviamo le voci dei miti di Didone, Persefone ed Euridice. Averno è tutto giocato sul rapporto madre-figlia basato sul mito di Demetra e Persefone. Gli abbandonati, i puniti, i traditi nei suoi versi sono maschere di un sé in trasformazione e si capisce che ha un background di rapporto con la psicanalisi. L’11 settembre le ispira il poema October che si apre con queste parole: “E’ di nuovo inverno, è di nuovo freddo”, dedicato al trauma dell’evento. Come già fatto in precedenza Glück utilizza i temi del mito classico riadattandoli alla propria visione del mondo e del suo intimo.

Averno è la decima raccolta di poesie di Glück, per un totale di 12, ed è una riscrittura del mito di Proserpina, figlia della dea Cerere, rapita dal dio Plutone che la trascinò con sé negli Inferi. Secondo gli antichi romani, uno degli accessi agli Inferi si trovava nell’Averno, ora un lago vulcanico nel comune di Pozzuoli, non lontano dal sito archeologico di Cuma, la cui fama sopravvive in nomi turistici come quello del bar “Caronte”.

La Glück ha dichiarato che la poesia non sopravvive “sui contenuti, ma attraverso la voce. Per voce intendo lo stile del pensiero, che lo stile del discorso non può sostituire mai in modo convincente”.

Ci auguriamo che dopo la vincita del Premio Nobel i lavori della poetessa americana Louise Glück vengano diffusi e tradotti anche qui in Italia, perchè una figura e una scrittura del suo calibro è rara, e merita il nostro riconoscimento.

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