CINEMA

Un “Colossal” solo nel titolo

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Giudicare un libro dalla copertina è sbagliato, si sa. Lo stesso si può dire per la locandina di un film. Nel caso di Colossal, di Nacho Vigalondo per Netflix, ciò è vero sotto diversi punti di vista. Il più evidente è certamente l’equivoco voluto sui disaster movie, la pellicola nonostante i due giganteschi mostri sulla locandina, non punta i riflettori sui due colossi (da qui il titolo, non certo dalla presunzione di aver girato un capolavoro) o su degli standardizzati eroi che riescono a fermarli. Tutt’altro.

Il film è incentrato sul tentativo di riscatto di Gloria (Anne Hathaway), giovane alcolizzata senza scopi nella vita, che dopo essere stata lasciata dal fidanzato, torna nella città natale, dove ritrova Oscar (Jason Sudeikis), vecchio amico di infanzia. Tra una sbronza e l’altra, e un apparente nuovo inizio come cameriera, la donna inizierà a notare strane coincidenze tra i suoi comportamenti e gli attacchi di un gigantesco mostro in Corea del Sud.

Il mistero andrà pian piano a svelarsi, ma tutta l’originalità e la brillantezza dell’idea tenderanno a svanire nel corso del viaggio, sostituite da un tedioso alone di ripetitività e ridondanza. Una Anne Hathaway monocorde e incapace di convincere, ben lontana dalle sue grandissime e pluripremiate performance passate, affiancata da un Jason Sudeikis fuori dal suo seminato, che stupisce proprio in quanto inatteso, ma che non riesce a caratterizzare in modo convincente il suo personaggio. Reazioni immotivate, esagerate, improvvise, senza un filo logico degno di questo nome, impediscono allo spettatore di mantenere la “sospensione dell’incredulità” abbastanza a lungo da concedere una possibilità alla pellicola. Tutto appare chiaramente finto.

Se alcune trovate possono essere simpatiche e accattivanti, perdono poi tutto il loro fascino nel momento in cui non vengono supportate da una spiegazione, realistica o meno che potesse essere, lasciando tutto o quasi alla libera interpretazione dello spettatore. Lo scopo del regista appare evidente: sfruttare le potenzialità e l’appeal di un certo genere cinematografico per raccontare una storia che, in qualsiasi altro contesto, non avrebbe avuto alcun fascino o interesse.

Purtroppo, però, in un racconto che prevede un gigantesco mostro che distrugge Seoul, ciò che risulta maggiormente inverosimile e assurdo sono gli atteggiamenti e i comportamenti dei personaggi principali, a partire dai loro rapporti sociali per finire ai loro dialoghi. Tutta la metafora della catastrofe come cartina tornasole di simbologie indie tende a fallire, smascherando come poco credibili la derelitta Gloria di Anne Hathaway o l’insoddisfatto Oscar di Jason Sudeikis.

Se il film ha dei lati positivi li si trova senza dubbi nei mostri, classici kaijū giapponesi, in un contesto catastrofico ben realizzato, con effetti speciali genuini e che, nella loro basicità, richiamano i disaster movie più iconici. Con un’idea di base piuttosto interessante e una semplicità estetica molto intrigante, spiace dover bocciare una pellicola del genere, ma lo si fa con la certezza che troverà altrove degni difensori: Colossal, infatti, è quel tipo di pellicola che può solamente essere amata o odiata, senza vie di mezzo. L’impressione però è che sia comunque destinata all’oblio. Ci sono modi migliori di passare un paio d’ore davanti a uno schermo.

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Dottore in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, laureato all’Università Statale di Milano con una tesi sull’editoria multimediale e la comunicazione online, è da diversi anni social media strategist, copywriter e autore per il Web, per la TV e per la radio.
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