Manipolazione dell’informazione, sorveglianza di massa, controllo del linguaggio, quando si parla di questi argomenti è spesso usato un termine molto preciso: orwelliano. L’aggettivo fa parte ormai del linguaggio comune, del vocabolario giornalistico e di quello accademico, e nasce dal cognome di George Orwell, scrittore e giornalista britannico, celebrato per la sua straordinaria lucidità, capacità di leggere, interpretare ed anticipare alcune delle dinamiche più inquietanti del potere.
Chi era George Orwell
George Orwell, all’anagrafe Eric Arthur Blair, nacque nel 1903 a Motihari, in India, allora ancora colonia britannica, da una famiglia legata all’amministrazione coloniale. Tornato in Inghilterra da bambino, dopo i suoi studi ad Eton si trasferì in Birmania (Myanmar) per arruolarsi nella polizia imperiale. Dall’esperienza nacquero due saggi (Uccidendo un elefante, 1934, e Un’impiccagione, 1950) e il romanzo Giorni in Birmania (1934): fu un periodo che lo segnò profondamente, che fece scattare in lui un profondo disagio verso tutto ciò che aveva a che fare con il potere delle istituzioni di opprimere, e maturò una crescente insofferenza verso l’imperialismo britannico.
Rientrato in Europa nel 1928, Orwell trascorse un periodo nei bassifondi di Parigi e dell’Inghilterra, documentati nei libri Senza un soldo a Parigi e Londra (1933) e La strada di Wigan Pier (1937), in cui affrontò il tema della povertà assoluta vissuta dalla classe operaia, avvicinandosi ulteriormente al pensiero comunista e socialista.
Uno dei momenti di svolta nella sua vita e nella sua formazione politica fu la partecipazione alla guerra civile spagnola, conflitto in cui Orwell combatté al fianco delle milizie repubblicane e che raccontò nel celebre Omaggio alla Catalogna (1938). Lì assistette in prima persona alle purghe interne alla sinistra, una vicenda che lo allontanò dal comunismo sovietico pur mantenendo sempre i valori socialisti democratici.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Orwell fu respinto dall’esercito britannico per motivi di salute. Nel 1941 iniziò così a lavorare per la BBC occupandosi di programmi radiofonici culturali e politici per l’India, un’esperienza che alimentò ulteriormente la sua diffidenza verso i meccanismi che regolano l’informazione istituzionale e che, secondo alcuni critici, influenzò la costruzione del Ministero della Verità di 1984.
Lasciata la BBC dopo due anni, Orwell continuò il suo lavoro di giornalista collaborando con testate come Tribune e The Observer, contemporaneamente scrisse i suoi due capolavori: La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949). Morì nel 1950, a soli 46 anni, stroncato dalla tubercolosi.
La fattoria degli animali, l’allegoria satirica dell’Unione Sovietica e dello stalinismo
Pubblicato per la prima volta nel 1945, La fattoria degli animali è un romanzo satirico allegorico in cui un gruppo di animali di una fattoria inglese si ribella al proprio padrone umano per costruire una società fondata sull’uguaglianza e sull’autogoverno collettivo.
Dopo il primo periodo entusiasta successivo alla rivolta, la vita nella fattoria progressivamente diventa sempre più segnata dall’ordine gerarchico, guidato dai maiali che assumono il controllo della fattoria. A mano a mano riscrivono le regole comuni per renderle sempre più vantaggiose per loro, fino al totale stravolgimento: i maiali sono indistinguibili dagli uomini che avevano contribuito a rovesciare e da cui avevano preso il potere durante la rivolta.
Il romanzo è un’allegoria della rivoluzione russa, dell’Unione Sovietica e della deriva staliniana. Ogni personaggio animale, maiali, cani, cavalli che siano, rimanda ad una figura o a una fase precisa della storia sovietica. Per esempio, il maiale Vecchio Maggiore rappresenta la figura di Marx e di Lenin, mentre Napoleone è Stalin, così come il cavallo Gondrano rappresenta lo stacanovismo, i cani sono invece la polizia politica che reprime le opposizioni mentre le pecore sono la massa acritica facilmente manipolabile.
Attraverso il racconto allegorico, il libro ripercorre la cacciata dei vecchi dirigenti e dell’artistocrazia durante la Rivoluzione Russa, la costruzione del culto di personalità fino alla progressiva manipolazione della storia, del linguaggio e della memoria collettiva attraverso slogan e verità ufficiali riscritti a comando.
1984: sorveglianza, manipolazione e la nascita del termine “orwelliano”
Pubblicato solo pochi mesi prima della morte dell’autore, 1984 è il romanzo che ha consegnato definitivamente Orwell alla storia della letteratura mondiale. La storia è ambientata in una società totalitaria dominata dal Grande Fratello, in cui ogni cittadino è sottoposto a un controllo costante attraverso teleschermi, e in cui il Ministero della Verità, oltre a controllare e ad introdurre un nuovo linguaggio (Newspeak), riscrive continuamente documenti, statistiche e fatti storici per farli coincidere con la versione ufficiale imposta dal regime.
Il protagonista, Winston Smith, è un impiegato del Ministero della Verità e si occupa di alterare gli archivi ministeriali del passato per farli aderire alla versione voluta dal regime. Progressivamente Winston inizia a mettere in discussione il sistema in cui vive e i meccanismi che permettono il controllo totalitario: la sorveglianza del pensiero, la repressione degli affetti privati, in particolare la costruzione del Newspeak, il linguaggio sviluppato per essere impronunciabile e, quindi, impensabile, che rende così impossibile la creazione stessa delle idee di dissenso.
1984 ha introdotto concetti come il “bispensiero” (Doublethink), cioè il rigettare la logica e credere simultaneamente a due affermazioni opposte tra loro, lo psicoreato (thoughtcrime), cioè il reato di concepire pensieri, idee o provare emozioni contrarie a ciò che è imposto dal regime, così come il termine “Grande Fratello”.
È proprio da questo libro che è nato l’aggettivo orwelliano, usato per descrivere qualunque situazione in cui la sorveglianza, la propaganda e la riscrittura della verità si intrecciano. Grazie a 1984, Orwell è ancora oggi ricordato e citato: la sua analisi del potere, dei regimi totalitari, la sua chiarezza espositiva e il rigore intellettuale lo hanno reso un punto di riferimento per scrittori, giornalisti, storici e studiosi della comunicazione.
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