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Il Magnifico Rettore Enzo Siviero al Corriere della Sera sul Ponte Morandi

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Riportiamo una lettera scritta dal Magnifico Rettore Enzo Siviero, costruttore di ponti, al Corriere della Sera.

Egregio dottore Conti,
mi occupo di ponti da una vita per averli insegnati (credo unico al mondo) alla facoltà di architettura IUAV di Venezia negli ultimi 25 anni della mia carriera accademica.
Ne ho anche realizzati alcune decine avendo cura di due aspetti spesso trascurati: la qualità architettonico paesaggistica e la durabilità nel tempo (su questi aspetti mi sono impegnato a fondo con numerosissime pubblicazioni). Proprio per questo sono anche regolarmente invitato ai più importanti congressi internazionali sul tema. L’ultimo in Quebec Canada 31/7- 3/9 SHORT AND MEDIUM SPAN BRIDGES (Ponti di piccola e media luce).

Per spirito di servizio e migliore informazione dei lettori del Corriere (che io stesso con piacere leggo da sempre) aggiungo alle tante opinioni già espresse in queste ore anche alcune mie personali riflessioni “a caldo” (ampiamente incomplete perché non ho elementi probanti a supporto delle stesse).

Io il Polcevera (così lo si chiamava tra gli addetti si lavori) non l’ho mai amato (ma sono tra i pochissimi che lo affermava pubblicamente anche perché Riccardo Morandi era una Icona nazionale e internazionale in tema di ponti, anche se i suoi migliori sono quelli ad arco vedasi Catanzaro e Storms River in Sud Africa).

Si tratta di un ponte strallato in cemento armato e cemento armato precompresso, tra loro intelligentemente accoppiati. Una innovazione assoluta per l’epoca essendo i tiranti in cap anziché in acciaio come d’uso. Le due “stampelle” inclinate sottostanti riducono le luci in gioco migliorando decisamente il comportamento statico anche nel gioco “tiranti-puntoni”. Lo schema statico è ineccepibile! Non così purtroppo il comportamento dei materiali nel tempo.

Gli stralli erano attenzionati, ne avevano già sostituiti due. Ma il punto è che spesso le cose marginali diventano le più importanti.

Ciò detto, osservo:
A. Era un “Fuori Scala” rispetto al contesto semiurbano. Troppo invasivo!

B. Nessuna reale previsione di manutenzioni straordinarie. A quel tempo non era considerato necessario. Il tema durabilità è entrato nel dibattito scientifico a partire dagli anni ‘80 e io me ne sono occupato per una decina di anni pubblicando un libro (credo primo in Italia). Tuttavia in questo caso, causa difficile accesso da sotto dove c’è “di tutto”, ciò era comunque molto problematico quindi costosissimo.

C. I tiranti in cemento armato precompresso erano un azzardo e nessuno, salvo Moradi, li ha mai più utilizzati. I soli altri due casi sempre di Morandi sono:
il Wadi Kuf in Libia che io ho visitato a fine anni ‘70 (ristrutturato molto bene pochi anni fa dall’impresa Rizzani De Eccher) e Maracaibo che non mi risulta stia troppo bene in salute.
In effetti circa uno o due decenni fa, un paio di tiranti sono stati anche sostituiti con i più adeguati stralli in acciaio (e avrebbero fatto bene a sostituirli tutti).

Morandi, assieme a Nervi, è stato l’unico italiano il cui nome abbia avuto una risonanza mondiale. Un grande innovatore. Ha lavorato dappertutto. […] Vogliamo parlare del ponte di Catanzaro? Potrei stare un’ora a parlarne.

D. La fatica nei materiali è una “brutta bestia” e il traffico in quel punto era elevatissimo oltre che con un forte aumento dei carichi in transito quindi sollecitazioni ben più elevate. È quindi possibile che si sia determinato nel tempo un significativo decadimento della resistenza meccanica del calcestruzzo e dell’acciaio, ulteriormente accelerato da fenomeni di aggressione dovuti all’ambiente marino. Ma anche se il monitoraggio di questo ponte era particolarmente accurato evidentemente non è stato sufficientemente approfondito.

E. La sua demolizione era prima o poi pressoché inevitabile (ma difficilmente realizzabile a causa della sua collocazione semiurbana e con la ferrovia sottostante, ma ora sarà inevitabile). Poi mi risulta che sia anche vincolato dalla soprintendenza essendo considerato un vero e proprio monumento (e forse lo è, o almeno così era ritenuto dalla quasi totalità degli addetti).

F. I controlli e le manutenzioni negli ultimi decenni in Italia sono stati ampiamente sottovalutati (perché elettoralmente poco “redditizi”) dando “colpevolmente” ampia priorità a guard rail e barriere antirumore. Ciò lo sto affermando da decenni pressoché inascoltato salvo un ripensamento più recente ma con esecrabile ritardo!

L’insieme delle interviste rilasciate da molti (talvolta improvvisati) “tecnici”, mi ha indotto ad alcune precisazioni di carattere generale.

È “totalmente falso” che il calcestruzzo abbia una vita di soli 50 anni. Lo si usa dalla fine ‘800 primi ‘900 (120-130 anni fa!) con risultati molto spesso eccezionali.
Vedasi tra i più eclatanti il ponte Risorgimento a Roma del 1910 (record del mondo per un paio di decenni con i suoi 100 metri di luce) o i meravigliosi ponti in Svizzera di Robert Maillart da molti considerato tra i più belli del ‘900, senza contare le decine di ponti costruiti prima e dopo la guerra ‘15-‘18 (per fermarsi all’Italia) dall’impresa Porcheddu, licenziataria del famosissimo sistema Hennebique.
All’epoca l’Italia era all’avanguardia con progettisti straordinari quali Arturo Danusso Eugenio Miozzi, Giulio Krall e molti altri ancora. Semmai è troppo spesso mancata la necessaria manutenzione a partire dalla protezione delle superfici esterne troppo spesso lasciate “a vista” in ambienti sempre più aggressivi.

La domanda che viene spontanea è come mai i ponti dei primi decenni del ‘900 sono ancora in esercizio mentre quelli del dopoguerra sono così malandati? Orbene, oltre alla già citata mancanza di protezione delle superfici esterne per garantirne l’impermeabilità necessaria a non far ossidare le armature (leggasi ruggine), una delle cause va anche ascritta a stati tensionali eccessivi consentiti da una normativa moderna forse troppo permissiva!

Dei ponti bisogna aver cura, come fossero dei bambini. Sono opere eterne nella misura in cui vengono protette e mantenute.

Agli albori del cemento armato vi era una prudenza dovuta a scarsa conoscenza e si utilizzavano criteri di “robustezza” poi non più considerati.

Il concetto di vita di servizio delle costruzioni è entrato nelle normative (non solo in Italia) quando ormai il quadro “reale” era molto compromesso.
Ciò ha determinato finalmente la consapevolezza che per il calcestruzzo erano necessarie attenzioni ben più profonde. Grazie a Mario Collepardi, vero e proprio pioniere in questo campo, oggi il quadro conoscitivo è molto avanzato, ma ahimè, non sempre adeguatamente considerato nella pratica.

Anche il tema di manutenzione è ormai significativamente considerato. In Italia il CNIM (Comitato Nazionale Italiano per la Manutenzione) presieduto da Aurelio Misiti ha svolto una azione estremamente utile anche producendo un apposito manuale già in uso presso alcune amministrazioni.

Pur nella sintesi di una nota divulgativa, si può senz’altro affermare che non è che manchi la conoscenza (anche se il suo avanzamento è necessario e continuo) ma la sua applicazione non sempre sistematica.

Peraltro anche le tecniche di indagine, controllo e monitoraggio, pur essendo largamente utilizzate, necessitano ancora di significative implementazioni. In tal senso la ricerca è vieppiù necessaria.

Enzo Siviero

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