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Il movimento #MeToo travolge anche Google

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Giovedì primo novembre, da Singapore a New York, passando per Londra e per la sede in California, migliaia di dipendenti Google hanno interrotto il lavoro per denunciare la gestione delle molestie sessuali interne al gigante del web.

I dipendenti di 20 uffici dislocati in 3 diversi continenti sono scesi in strada per protestare contro le politiche omertose che negli ultimi anni hanno visti implicati alti responsabili come Andy Rubin, il padre di Android.

Durante gli ultimi giorni di ottobre, a ridosso della pubblicazione dei risultati finanziari, il Ceo del colosso americano Sundar Pichai ha ammesso che negli ultimi anni ben 48 persone accusate di comportamenti poco consoni sono state allontanate dall’azienda, in particolare nel caso di Rubin con una buonuscita di 90 milioni di dollari.

La protesta e la rabbia dei manifestanti è esplosa dopo la pubblicazione di un articolo del New York Times in cui si denunciavano fatti accaduti nel 2013. Il NYT ha sostenuto che dall’anno della nascita di Google, Page e il co-fondatore, Sergey Brin, hanno favorito una cultura “permissiva” a lavoro.

I dipendenti Google criticano infatti l’azienda di non fare nulla di incisivo per smorzare l’attitudine alle molestie, al contrario di quanto sta facendo per annichilire i moti razzisti e sessisti. Sotto accusa, in particolare, c’è il ricorso obbligatorio interno che in pratica priva le vittime del diritto di ricorrere all’azione in giustizia.

In un tweet, Meredith Whittaker, ingegnere e organizzatrice della protesta, scriveva: «La marcia di protesta è reale e molto stimolante. Centinaia di persone stanno chiedendo un cambiamento strutturale, non solo pubbliche relazioni dal suono inclusivo».

Ogni dipendente ha lasciato sulla propria scrivania un biglietto con scritto: «Sono uscito perché insieme ad altri colleghi e collaboratori vogliamo protestare contro le molestie sessuali, le condotte inappropriate, la mancanza di trasparenza e una cultura del lavoro che non funziona per tutti e per ottenere un vero cambiamento sul trattamento delle donne in azienda».

Per dare risalto alle proteste sono stati creati l’account e l’hashtag #GoogleWalkout.

In una email ai dipendenti, alla vigilia della protesta, Pichai scriveva di essere «profondamente dispiaciuto per la azioni del passato e per il dolore che hanno causato ai dipendenti. Se solo una persona a Google ha vissuto un’esperienza come quelle descritte dal New York Times, allora non siamo l’azienda che aspiriamo a essere».

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