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Nazional popolare 3.0

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Come un immaginario antico va in trend topic nel 2019

Non molti mesi fa, trascinando la trasudata carcassa e il personale inebetimento per i saliscendi di Gubbio, ho incrociato improvvisamente, per un attimo, lo sguardo di Terence Hill: era apparso a una decina di metri, mi scrutava con il suo sorriso addomesticato e positivo, l’incarnato colorito col suo personalissimo pantone (una tinta compresa nello spettro che va da Emilio Fede alla Cosa dei Fantastici Quattro), i suoi occhi penetranti in quanto azzurrissimi o viceversa. Pur non chiamandosi più Trinità, mi fissava con un’aria spirituale che trovavo inquietante. Ho pensato che i saliscendi iguvini mi avessero devastato il sistema nervoso (non si capisce quale mutazione cardiologica abbiano sviluppato gli abitanti di Gubbio, per reggere tutte quelle discese ardite e le risalite). Era un’allucinazione, forse? Non del tutto. Si trattava di una sagoma bidimensionale a grandezza naturale, posta accanto all’entrata di un ristorante, la cui proprietà annunciava fiera in una targa vergata a mano: “In questo locale è stato girato un episodio di Don Matteo”.

Sono avvezzo, come tutti, alle epifanie che la società spettacolare ha fatto esplodere ovunque in Italia nell’ultimo trentennio. Tuttavia non avevo mai misurato una manifestazione tanto prosaica e sardonica della realtà. Che Terence Hill, o più probabilmente Don Matteo, assurga a ruolo mitologico mi sembrerebbe eccessivo, una sorta di enfasi della surrealtà – e qui stava il mio errore.

Nel giro di pochi mesi, quel surplus di isteria da fama nazionale, che trapelava dall’entusiasta targa commemorativa di quel ristorante di Gubbio, è materialmente esplosa in un crescendo che nessuna fantasia letteraria sarebbe stata capace di ipotizzare. Ha preso piede una campagna popolare per portare Piero Angela al soglio del senatorato a vita, mentre si registravano sold out gli incontri in teatro, un po’ per tutta la Penisola, dove il divulgatore scientifico più gesseo della tv nazionale andava divulgando quello che da sempre divulga, ovvero le vertiginose conclusioni che la scienza ha tratto su tutto lo scibile, l’organico e l’inorganico del cosmo intero. Poi è stata la volta del figlio d’arte, poiché anche di questo si tratta: si è passati dalla divulgazione alla percezione che Angela Sr e Jr siano artisti. Alberto Angela si è assicurato il morbido e affettuoso stalking da parte di decine di migliaia di #angelers, adepti digitali della sua trasmissione sulle meraviglie italiane, i quali fan non hanno smesso un secondo di abbracciare la causa di questa enfasi linguistica, che finì parodiata negli sketch di Corrado Guzzanti e Neri Marcorè – praticamente un’era geologica addietro, poiché quella satira risale a inizio Duemila. Da bersaglio parodistico, Alberto Angela è asceso nell’audience e nella stima della nazione, incantata dai suoi aggettivi, dalla sua lingua media e paternalistica, rassicurante, attutita e tuttavia esorbitante.

L’Italia, che si è mobilitata per sottolineare l’eccezionalità di questo irrisolto conflitto di Edipo divulgativo e televisivo, è esplosa letteralmente qualche settimana prima di assistere alle meraviglie angeliche, tributando un’ovazione indimenticabile a Pippo Baudo, che a Sanremo ha emesso la leggenda ufficiale della sua splendida carriera. L’anno precedente lo avevano addirittura canonizzato, antologizzato tra Mondaini e Madonna, tra Sharon Stone e Louis Armstrong. Sfolgorava, Pippo, da sempre icona nazionale e popolare, mentre riceveva un tributo clamoroso, ora più che ottantenne dalla criniera candida, il che risulta impensabile a quelli della mia generazione, cresciuti a colpi di Fantastico e infinitamente sonnamboliche Domeniche In dominati da questo spingulone siculo bravo in tutto, a parlare e cantare e suonare il piano e ballare e scoprire i talenti.

La quasi coincidente messa in onda del ritorno del commissario Montalbano ha ottenuto il 44% di share, strappando il record dell’episodio più visto della serie, ed è diventata trend topic sui social in un battito di ciglia. Lo stesso Sanremo è risultato tra i più visti degli ultimi vent’anni.

Gli Angela, Pippo, Montalbano: come è possibile che in era digitale i giganti analogici facciano tendenza?

La tv doveva sparire, secondo le previsioni dei sociologi più d’accatto, ma anche di quelli più illuminati, come il George Gilder de La vita dopo la televisione. E tuttavia quella italiana, per di più pubblica e materna, ovvero la Rai, segna punti nel momento in cui le piattaforme di Rete stanno rivoluzionando palinsesti ed esistenze individuali e famigliari. Don Matteo sta su Netflix: chi è il più forte tra i due, Don Matteo o la piattaforma che lo distribuisce?

Deve essere successo qualcosa – ma cosa?

Provo a dirla con una rozza etichetta: siamo passati dal nazionalpopolare al nazipop. Il nazipop è il nazionalpopolare 2.0, 3.0, 4.0. Siamo all’interno di un’atmosfera del tutto rinnovata, ma composta dagli elementi che facevano la realtà precedente. Fino agli Anni Zero, l’Italia viveva di un’allucinazione collettiva, una cultura media che si diceva appunto nazionalpopolare. Era una mescolanza di borghese e proletario, di interclassismo, di buonismo ante litteram, di cortesia pelosa e finzione da subito svelata. Tutti questi caratteri si sono contratti, accelerati, trasmutati. Il nazipop è il salto di qualità del nazionalpopolare in era digitale, in cui i Grandi Antichi non hanno tardato a farsi presenti ed eccessivamente celebrati, con le loro stazze oggi ciclopiche, ieri semplicemente acclamate. L’esplosione di un nuovo ambiente e di una mente di tipo diverso ha sortito su queste personalità l’effetto opposto al Downsizing di Matt Damon: si sono ciclopizzate, pur non essendo mutate in nulla e rimanendo faraonicamente immoti nella continua ripetizione di ciò che dicevano prima e continuano a dire oggi. La loro medietà, che è proprio il principale aspetto mediatico, ad altezza 2019 ne fa degli eroi umanistici, dei maestri del costume e della lingua. E’ un Paese che eternamente non trova se stesso a tributare l’onore a queste fondamenta umane dell’immaginario collettivo che fu e che oggidì stenta a esserci.

Perché accade proprio questo?

In parte non è affatto una novità. E’ anzi una moda, a stelle e strisce: il tributo eccessivo e fintamente emotivo alla vecchia gloria. Però, rispetto all’enfasi spettacolare e al costume nazionale statunitensi, l’Italia è molto più avanti. Basterà qualche esempio per comprendere fino a che punto di non ritorno siamo giunti noi, con la nostra fede mediterranea nell’immagine video che è tutto e oltre il tutto, un’ostia immateriale e un vaneggiamento collettivo in cui stiamo bene e maturiamo una complessità lugubre e avanzatissima.

Ai Golden Globe dell’anno passato, Catherine Zeta-Jones si è presentata sul palco accompagnata da un fenomeno organico ininterpretabile: è una specie di mummia vivente fuggita dalla Cripta dei Cappuccini e travestitasi da Pinguino di Batman, una sorta di batterio macrofago dall’epidermide in carbonio alterato, una creatura lovecraftiana rattrappita su una sedia a rotelle motorizzata, un incrocio tra un Jabba The Hutt risucato e uno Yoda più longevo di Yoda. Questa rovina di cuoio umano, sbiancato dall’erosione dei climi e del tempo, è il genero di Catherine Zeta-Jones: è Kirk Douglas. Biascica e gorgoglia, oscenamente, come sempre si è osceni nell’agone spettacolare. Il pubblico non si trattiene e gli tributa una standing ovation, dove a essere standing sono solo i plaudenti, perché l’ologramma sci-fi del leggendario Kirk non è in grado di alzarsi, se non dotato di un esoscheletro alla Tony Stark. E’ una scena tipicamente americana, tipicamente infissa nel planetario di una civiltà che da subito è stata spettacolare.

Il momento italiano più simmetrico all’ovazione per l’interprete di Spartacus data dieci anni fa, all’interno di un contenitore domenicale di Canale 5, condotto da Paola Perego. Anche Andreotti sembra uno Yoda lanciato in infiniti cantoriani. A differenza di Kirk Douglas, egli conosce i segreti e i misfatti della nazione, che lo guarda in diretta tv. Un re dello spettacolo negli Usa e uno spettacolo del re in Italia. Paola Perego, al termine di un’intervista esasperante per l’anziano uomo politico, domanda: “Senatore, quale futuro si augura per i nostri bambini?”. Ed ecco quale futuro si augura per i bambini il nocchiero di cinquant’anni di Repubblica: accusa una microischemia e rimane immobile, esacerbato in un’estasi laica e cerebrale, le lenti degli occhiali a riflettere l’illuminazione, il futuro e i bambini che si perdono nella dissociazione del passato e dell’anziano.

Era, quella, un’epoca d’oro, ovviamente finto. In pochi anni la tv italiana aveva dato segnali di avanguardia, nel mostrare la sostanza luttuosa che è sottesa da qualunque spettacolo. Il 2005 si sarebbe rivelato fatale. Era apparso in mondovisione Giovanni Paolo II, che dalla finestra su San Pietro aveva cercato di impartire una benedizione urbi et orbi, impossibilitato dal parkinsonismo, finendo col chiocciolare in modo impressionante, vocalizzi santi che preludevano alla morte. Sempre in quell’anno, l’allenatore Franco Scoglio, una leggenda del calcio nazionale, si era accasciato in diretta tv, infartuando e immortalizzandosi nella storia catodica. Del resto, la tv degli States non ha mai vantato un equivalente di Alfredino.

Questa epoca spettacolare e mortuaria è a sua volta morta. E’ come se lo schermo fosse esploso in una miriade di microschegge, che, come salmodiava uno spot di quell’era precedente, crea l’atmofera. Si è passati a uno stato postumo del fenomeno spettacolare. E’ uno stadio in certo senso ultimo. Non accadrà mai che Alessandro Cattelan possa esporre la propria agiografia tra gli applausi, quando avrà ottant’anni, a Sanremo (e non perché tra ottant’anni non ci sarà più Sanremo: ci sarà). Il gigantismo odierno degli Angela Father&Son o dello Zingaretti montalbanizzato misura la pochezza dell’immaginario collettivo attuale, che forse nemmeno più è una categoria da utilizzare: esistono infiniti immaginari e un immaginario ciclopico in mezzo a questi, privo però di sedimentazione, di elaborazione.

Ed è questo fenomeno di sovrapproduzione elettrica ed emotiva, futilmente transitoria, che determina il passaggio dal nazionalpopolare al nazipop. L’atout democristiano in cui si muovevano le posture di Pippo Baudo o le esplicazioni di Piero Angela all’interno di un immane colon umano, davvero, sono impercepibili da metà della nostra contemporaneità. Il ritmo felpato, calmo, capace di richiamare un tempo più lento dell’attuale, è una caratteristica precipua dell’attesa democristiana a cui ci si abituò per decenni, fino al 1990. Oggi appare un segno distintivo di un umanesimo a bassa intensità, di una qualità dell’aria, di una dolce vita più rilassata che zuccherina. L’apparizione gloriosa diventa una filosofia. L’addiction al plauso a finta sorpresa è trend e topic. I protagonisti del nazionalpopolare assurgono a deità del nazipop.

E’ l’ultimo battito di ali di un tempo che fu vissuto immaginando collettivamente. Ne siamo consapevoli. Tocchiamo il lembo del mantello (citazione evangelica che fece il titolo di un memorabile testo del cardinal Martini sulla televisione). Quel mantello è una coperta di Linus dell’italianità attuale, che sarà attuale per qualche mese ancora o forse per un’eternità estatica, come quella che scrutava Andreotti in microischemia. E’ anche il velo di Maya, dietro cui si cela il segreto volto del dio che crea tutte le cose: non mi sarei mai atteso che quel volto avesse i lineamenti di Piero Angela o di Pippo Baudo.

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