Articolare
ARTICOLARE

Matrix ovunque: la fine della fantascienza

Il primo DNA scritto da un algoritmo è realtà e, a 20 anni dall’uscita del film capolavoro dei Wachowski, la Matrice è diventata una cosa vera.

Si dovrebbe ricordare il 2 aprile 2019 come il giorno in cui il computer ha imparato a creare la vita. Non accadrà, ma soltanto perché in tempi di computer la percezione storica è mutata tanto quanto sta mutando effettivamente il fenomeno vivente. Il fatto è che per la prima volta nella storia il DNA di un organismo vivente è stato interamente generato da un algoritmo. Una molecola che dispone di 680 geni artificiali, riscritti semplificando quelli di un batterio (Caulobacter crescentus) e quindi eliminando ciò che un tempo (pochi anni orsono è già un’epoca) veniva definito junk DNA, ovvero codice inutile, da buttare via, forse derivato da antichissimi virus. La semplificazione inelegante dell’algoritmo: il Google della vita. Il passo successivo è ipotizzabile nel trasferimento del neo DNA in una cellula, per dare vita a un nuovo batterio sintetico, denominato Caulobacter ethensis-2.0. Il duepuntozero è già una parola vintage, ma non in questo caso. Il risultato faustiano di questo esperimento, che è soltanto uno delle centinaia a cui sta lavorando l’intelligenza collettiva in questi anni, è stato pubblicato dai ricercatori del Politecnico di Zurigo (Eth), che spiegano come sono riusciti a ottenere il risultato con tempi e costi notevolmente ridotti: 100mila euro, un’inezia al confronto di Neymar, costato al Paris Saint Germain 222 milioni, e praticamente un nonnulla rispetto ai milioni spesi un decennio fa per produrre la prima cellula artificiale, il che costituì una tappa fondamentale nel percorso che va dalla tastiera all’esistenza e che si deve al pioniere delle ricerche sulla vita sintetica, Craig Venter.

Il codice del batterio Caulobacter ethensis 0.0, scritto da un algoritmo

Le ricadute della scrittura vivente di un codice genetico prima inesistente, sia pratiche sia filosofiche, disegnano un ampio campo, che non è soltanto largo: è profondissimo. Quella apparentemente meno coinvolgente e urgente risiede in questa constatazione, che del resto sta emergendo sempre più nei fori interiori e pubblici di coloro che si occupano di immaginario, infosfera e antropologia: è finita la fantascienza.

Se impegno quell’avverbio, “apparentemente”, c’è un motivo specifico e ragionato. Accade che sempre meno, ad altezza di cloud e quantismo avanzato dal punto di vista sperimentale, le tassonomie e gli sguardi dall’alto si siano ridotti a prospettive impraticate e questo proprio per via del fatto che la fantascienza è morta. Ragionare sulla fantascienza sembrerebbe una mossa culturale e specificamente di una cultura 0.0 o 1.0 – qualcosa di pesante, di stolidamente solido, di disconnesso. Una fantasia intellettuale, il che si discosta clamorosamente dalla prassi creativa, poiché la creatività genera una realtà e la fantasia, al massimo, impulsa la creatività: sono due piani distinti. La cifra del tempo che viviamo è letteralmente, numericamente una cifra e prima non era così. E’ questo il differenziale: l’accelerazione di tutte le cose implica un salto quantico, una mutazione della sostanza di base. Non vale nemmeno più il principio evolutivo per cui la vita ha tempi enormemente lunghi, perché il Caulobacter ethensis-2.0 non li rispetta e impiega una frazione a esistere, a manifestarsi. E’ proprio questo tempo-OGM, che muta sostanza mentre oltrepassa le soglie umane di sopportazione della velocità, a dettare un principio cruciale, emblematizzato in modo potente dalla fine della fantascienza, ovvero che non c’è più tempo, il tempo è finito, e non accade nemmeno che il presente si stia sporgendo verso il futuro, ma che il futuro è realmente crollato nel presente. Qui, a questo incrocio in cui ci troviamo, viene proprio trascesa la fantasia fantascientifica, che è sempre stata paradigmatica per riguardare il senso e lo sviluppo del fenomeno umano, nel momento in cui esso produceva la sua secrezione culturale più importante, ovvero la storia. Se oggi si pensa fantascientificamente, accade l’incredibile, ovvero che il minimo dei rischi è di fare sociologia. E ciò accade in un momento in cui la fantasia umana (che è una facoltà solo provvisoriamente umana, poiché è uno stato che attraversa plausibilmente tutto il fenomeno vivente e nemmeno soltanto quello terrestre) accusa un ammanco fatale, una sorta di gap, di lack, di jet-lag: inventa poco dal punto di vista dell’immaginario, poiché è sfrenata nell’invenzione di un nuovo realismo, totalmente trasformato rispetto ai parametri precedenti, visto che l’immaginazione del reale coincide ormai con la modificabilità violenta del reale medesimo, fino al punto in cui, pur senza sapere cosa sia la vita, si pensa la vita e la si fa. E’ un artificio della natura, è la fine dell’artificiale stesso, così come della fantascienza, poiché non esiste più diaframma tra artificio e natura.

Vent’anni fa entrammo, tutte e tutti, nella Tana del Bianconiglio. Era stata la letteratura a elaborare questa geografia parallela, in Alice nel paese delle meraviglie, ma fu il cinema a farla deflagrare, secondo metriche spettacolari del tutto rinnovate e planetarie. Vent’anni fa, infatti, arrivò ovunque Matrix. Si trattò sicuramente di un’apparizione storica e di stile, certamente culturale, impavidamente elaborata oltre gli steccati di genere. Se però lo si riguarda in questo modo, Matrix viene scambiato per un aggiornamento di Rambo, la pellicola che annunciò al mondo intero l’avvento e la consistenza del reaganismo. Invece Matrix è stato qualcosa di più – di più fatale. Il racconto arrivava a esaurire se stesso. E ancora non si viveva la stagione delle serie tv. Matrix esauriva la centralità e la potenza della narrazione, perché consumava tutti i simboli primi e ne logorava la riedizione in epoca non soltanto contemporanea. La vicenda cristica di Neo, il protocollo antichissimo che da Platone ai (in seguito: alle) Wachowski ossessiona occidente e oriente, l’assetto generale di perdita dell’Eden e conquista dell’arido vero – tutti temi di impressionante portata universale, la cui fattualità schianta ogni considerazione stilistica, compresa l’esegesi cyberpunk, sci-fi, comic, fantasy, steam. Non è semplice affrontare il sacro, mai, in qualunque disciplina ci si applichi. La coppia registica Wachowski riuscì nell’impresa e i segni si vedono a distanza di un ventennio. Qualunque narrazione finisce assorbita dal generalismo potentissimo di Matrix, perché la profezia si è avverata, la realtà è slittata nello storyboard wachowskiano ed è soltanto da lì che si può partire, per arrivare a una narrazione altra, antica e nuovissima al tempo. Dopo Matrix la realtà smette di essere un testo leggibile, perché accade dentro un testo non più umano, il che non è propriamente un testo. Non si tratta di celebrare Matrix come se fosse Kafka, beninteso. Il discorso va articolandosi piuttosto intorno all’imprescindibilità di una narrazione che dice: sono finite tutte le narrazioni, finché non uccidete questa che vi consegniamo e che è insuperabile fino a quando la realtà si ostina a verificarla. Non è questione artistica, è piuttosto un problema di realismo avanzato. Quel realismo è un modulo singolare, è davvero una singolarità, perché lo sviluppo della vicenda umana è al momento affidato alla repentina e puntale evoluzione degli strumenti, cioè dell’apparato tecnologico, esattamente come intuì e rappresentò Stanley Kubrick in quella crucialità storica e non solo artistica che è 2001 – A space odissey, con la sequenza dell’osso scagliato dal primate nell’aria, che ruotando diviene una stazione spaziale. Dall’osso all’astronave in pochi secondi. Se in Kubrick il tempo è abolito, in Matrix è sospeso, gli umani dormono, sognano in un paradigma di controllo imposto dalle macchine. In entrambi i film, che sarebbero opere di fantascienza, la fantascienza è conclusa, finita, uccisa, morta: si fatica a dire che sono film di fantascienza. A pochi mesi dall’uscita del capolavoro di Kubrick, l’uomo allunò e la realtà si incaricò di allinearsi alla strepitosa profezia lanciata da questo Tiresia americano. A vent’anni dall’uscita del primo capitolo della saga Matrix, un batterio ci dice che la virtualità è indifferente rispetto a ciò che si considerava reale o perlomeno naturale. Del resto, anche il cinema sta mutando nello stesso senso, nella stessa direzione.

L’esplosione della fantascienza nella realtà, che corrisponde allo storico furto che la realtà perpetra ai danni della fantascienza, ha radici antiche e incontestabili. La Storia vera di Luciano è un libro del II d.C., che si può considerare il primo romanzo della storia – ed è un romanzo di fantascienza. Non di mitologia, è proprio fantascienza. In apertura vi si legge: “Sia chiaro dunque che scrivo di cose né viste con i miei occhi, né che mi sono capitate né che ho saputo da altri, ma, insomma, che proprio non esistono e che non potranno esistere mai; per questo i miei lettori non devono credere nemmeno a una parola”. Sarebbe una poetica, invece è una lezione di realismo, che crea un arco voltaico tra l’epoca augustea e quella 2.0 del batterio Caulobacter ethensis. Il racconto lo stanno facendo le macchine: quelle che atterrano sul sole nella Storia vera, lo Hal 9000 a bordo Discovery One nell’Odissea di Kubrick, gli apparati AI che mettono sotto incantesimo l’umanità in Matrix. Non si tratta dunque di constatare un’impossibilità, cioè che le narrazioni di fantascienza non si faranno più, poiché probabilmente si faranno più numerose che mai. Si è appena realizzato un sequel di Blade Runner (a cui andrebbe aggiunta una data nel titolo: 2019 è l’anno in cui si tiene la vicenda che ha per protagonista l’agente Rick Deckard )e lo si intitola Blade runner 2049: la differenza sta tutta nel fatto che l’antecedente segna in modo definitivo l’immaginario del futuro, mentre l’opera recente non riesce a produrre un simile salto, essendo per l’appunto non un’opera bensì un prodotto, e precisamente un prodotto incluso nell’universo significante del primo Blade Runner. Non cambia affatto la fantascienza: è mutata la realtà. Si deve arrivare a comprendere che, nel momento in cui la realtà ha inverato la fantascienza, si sta vivendo la distopia, ovvero l’eterna ripetizione, la povertà fatta esistenza, il trionfo del capitalismo, la messa in mora dell’umano, l’abolizione di dio, la cessazione dell’amore, l’estinzione in vita di quel Caulobacter ethensis 0.0 che è l’uomo.

Contattaci
SHARE
RELATED POSTS
Andre-the-Giant-e-Arnold
Il gigante e il nano: l’immensa fiction anni Ottanta
Red or dead: l’epica del Liverpool
Vai a lavorare