TECNOLOGIA

Pericoli delle dipendenze da tecnologia? «Pura spazzatura»

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Si discute ormai da anni sugli effetti psicologici che la dipendenza dalle nuove tecnologie potrebbe causare e in molti casi si è parlato di dati allarmanti. Tuttavia Christopher J. Ferguson, docente di psicologia alla Stetson University, ritiene che queste teorie si basino su fondamenta piuttosto deboli. Ad esempio, sottolinea Ferguson, quando lo scorso aprile il programma America Inside Out, condotto da Katie Couric, dedicò un’intera puntata su questa tematica. In quell’occasione, il cofondatore di una società nata per curare la dipendenza da tecnologia paragonò questa ossessione a quella innescata da cocaina ed altre droghe. Si è poi associato questo problema alla perdita della memoria e Jean Twenge, uno psicologo, ha collegato direttamente gli smartphone al tasso di suicidi tra adolescenti.

«Sono uno psicologo anche io, – ricorda Ferguson – ho lavorato con gli adolescenti e con le loro famiglie e ho condotto ricerche sull’uso delle tecnologie e sulla dipendenza da videogame. E ritengo che la maggior parte di questi allarmi sui pericoli delle tecnologie siano pura spazzatura».

Diversi studiosi e opinionisti hanno sostenuto negli anni che le tecnologie attivino i centri del piacere proprio come la cocaina, l’eroina e le metanfetamine. «Ciò è vero, ma in parte. – dice Ferguson – Il cervello non risponde alle esperienze piacevoli solo in modo non salutare». Tutto ciò che risulta piacevole, gradito – sostiene il professore – rilascia dopamina nei cosiddetti “circuiti del piacere”. Che si tratti di una nuotata, della lettura di un libro, del sesso o del cibo, solo per citarne alcuni. La grande differenza sta nel fatto che se la cocaina provoca un aumento del 350% della dopamina, le tecnologie ne aumentano la produzione solo del 50%.

«Le persone che parlano di abuso e dipendenza da tecnologia in genere lo fanno chiamando in causa le troppe ore che bambini e ragazzi trascorrono giocando con lo smartphone o sui social. Ma queste non sono delle reali dipendenze che si ripercuotono su attività importanti come la scuola e i rapporti con i compagni». Secondo le ricerche di Ferguson, infatti, soltanto il 3% dei gamer sviluppano atteggiamenti patologici. Il resto, invece, adotta semplicemente “brutte abitudini”, che si modificano nel tempo.

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Ferguson però vuole essere chiaro su una cosa: «Non esiste alcuna diagnosi ufficiale che metta in connessione la malattia mentale con l’abuso di tecnologie. Ma questo potrebbe cambiare: l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha annunciato di voler includere i disordini da videogame nella prossima versione del suo International Compendium of Desease». Tuttavia la questione, sottolinea lo psicologo, è ancora molto controversa: «Io sono tra i 28 studiosi che hanno scritto al WHO per protestare. Per me, e non solo, quello è un sintomo di altre patologie più che un vero e proprio disordine».

In definitiva, quindi, per Ferguson questa dipendenza è più che altro un sintomo di ben altri disordini magari meno evidenti, come la depressione, l’ansia o problemi di attenzione: «Se una persona depressa dorme tutto il giorno nessuno afferma che ha un problema di dipendenza dal letto». E anche rispetto all’associazione tra suicidi giovanili e smartphone, sostenuta da alcuni suoi colleghi, lo psicologo frena: «Il numero è in aumento in tutti i gruppi, soprattutto tra le persone di mezza età tra le quali l’attaccamento allo schermo dello smartphone è di gran lunga meno frequente».

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Dottore in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, laureato all’Università Statale di Milano con una tesi sull’editoria multimediale e la comunicazione online, è da diversi anni social media strategist, copywriter e autore per il Web, per la TV e per la radio.
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