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Il gigante e il nano: l’immensa fiction anni Ottanta

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Da “Arnold” al wrestler André The Giant: storie esemplari della trasformazione di un pianeta. Avvenuta negli ’80.

All’inizio dell’accelerazione tecnologica in cui siamo lanciati oggi, tra i protagonisti assoluti di una trasformazione di civiltà c’era la fiction americana degli anni Ottanta. Milioni di bambini stemperavano i loro sistemi ormonali in evoluzione davanti a piccoli schermi controllabili soltanto in parte: era la tv la plenipotenziaria dell’incantamento, dell’immaginario collettivo, della stupidificazione degli intelletti più giovani e vibratili. Gloriosa o meno che sia stata la storia della televisione, a oggi la si può vedere come una goffa e rigida anticipazione del digitale fattosi atmosfera, amnio, scatenamento del caos sociale, anomia e norma.

La fiction americana anni Ottanta anticipava tutto, poneva le basi, gettava semi nel fertile terreno della comunità occidentale, che già si stava facendo globale, ben prima che ogni nuovo ordine mondiale fosse enunciato e che il web si affacciasse a erede di quel tubo, detto catodico, di cui si era tubi, detti digerenti. E la fiction americana anni Ottanta funzionava, come tutte le epiche, per eroi ed emblemi, in ognuno dei quali si raggrumava il futuro, che entra in noi molto dopo che accada.

Gli emblemi raccontano storie. Le allegorie diventano letterali. La cultura popolare, in quel passaggio storico che sono gli Ottanta, è la tragedia classica e la commedia arcaica – più l’elettricità. In questa elettricità si aggirano spettri: letteralmente fantasmi, che si muovono e agiscono in maniera impazzita, imponendo un nuovo legame tra causa ed effetto, sovvertendo i criteri di leggibilità, compiendo la propria fine in modalità aereo: segreta, sottaciuta, patetica, eccessiva.

Tra questi emblemi, sono emblematici due in particolare. Entrambi si manifestano catodicamente, pur avvenendo in zone distanti tra loro.

Sono, quelli, gli anni della fase 0.0 del wrestling, una delle discipline che, insieme all’esplosione del fantasy, vincono tutto nell’oggi. Allora il wrestling si chiamava così: catch. Era una baracconata surreale, ma non per questo meno vera: anzi, era fin troppo vera. Hulk Hogan e l’Uomo Tigre venivano schiantati dal letargico ciclopismo di un freak inarrivabile, una sorta di carne montagnosa o di montagna carnale, il cui nome d’arte (o pseudo o, oggi, nickname) era André The Giant: una bruttura commovente, il contrario dell’artista del digiuno di Kafka, un Ogre incongruo, ottocentesco e tradotto nell’etere televisivo.

E sono, quegli anni, il momento in cui la serialità televisiva, che aveva già depositato qualche decennio di tradizione, eiettava à go go incredibili figurine, traslate a video, ma anch’esse carnali, corporee, esistenti al di là del delirio finzionale. Per esempio: Arnold, il nano negro, un altro freak, un impensabile santo bevitore dei tempi ultimi, che si sarebbero rivelati nemmeno penultimi, ma addirittura primi. Geneticamente danneggiato, Arnold danneggia la genesi della serialità, fa migrare l’immaginario all’ultima svolta prima della sua scomparsa: la scomparsa dell’immaginario e anche quella di Arnold stesso.

Ecco le loro storie. Sono le nostre.

André The Giant

La finzione del wrestling, o meglio ancora del catch, è lo spettacolo più sincero che si sia allestito in occidente. La smaccata dichiarazione che la maschera esiste, che qualcosa è truccato, che il costume è tale e può anche invadere la realtà: ecco alcuni effetti poetici di una rappresentazione carnevalesca della storia umana. Sagra planetaria abitata da freak come il gigantesco orrore bulgaro, il lottatore che si lancia per aria con un pappagallo che resta appollaiato sulla spalla, uno wasp white trash che pare uscito da una Woodstock della milizia ariana, un umano che asserisce di essere stato fecondato in una tigre, la trasversalità razziale dei lottatori del verisimile, il ring finto in cui comunque devono stare i gladiatori, che tendono a strapparne le corde e a evadere verso le platee terrorizzate fintamente dai finti colpi di sedia che fintamente possono uccidere il sanguinante mostro umano del baraccone, il filo spinato utilizzato come strumento di prestidigitazione e di verità – il dramma del clown e l’esposizione del cerebro americano fanno tutt’uno con gli esordi televisivi e lombardi di questo sport che non è tale.

In seguito, ovviamente, evolve, perde le storie, si arricchisce di interviste verità in cui si ammette di avere mentito in una precedente intervista verità.

Il verisimile, formidabile arma per difendersi dalla morte, elaborando il mito, è la gabbia stessa entro cui si è tenuti a partecipare a un incontro scontato?

Scena del lancio goffo e pesante di un corpo nell’aria: ed ecco l’Uomo Tigre, quello vero e non il cartone animato, si tuffa da uno dei quattro paletti del ring, per salvare il partener, un giapponese che sarebbe un peso leggero nel sumo e si chiama Antoni Hinochi, che al momento è vittima da una stretta del mostruoso André The Giant, mentre un radioattivo biondo ariano di nome Hulk Hogan si sporge tendendo la mano verso quel gigante.

Concentriamoci sul gigante.

Si dice che morì in questo modo: seppellendo la salma di suo padre, fu colto da infarto e crollò nella fossa, schiantandosi sulla bara del genitore. Questa leggenda non era metropolitana: era planetaria, come quella per cui le Big Babol erano fatte di grasso di topo oppure quella secondo cui nelle fogne di New York natavano coccodrilli bianchi e ciechi, cresciuti nel sistema fognario dopo che, da piccoli, i newyorkesi li avevano gettati nel cesso, tirando lo sciacquone e non uccidendoli.

Non è vero: André Rousimoff, detto The Giant, morì effettivamente di infarto, nel letto, nottetempo, qualche ora prima del funerale di suo padre.

André Rene Rousimoff, nato il 19 maggio 1946 a Grenoble e ivi deceduto il 27 Gennaio 1993, era di origine bulgara e misurava (ma il dato è incerto) 223 cm in altezza e 230 kg in peso. Soffriva di acromegalia, patologia determinata da una presenza eccessiva di ormoni della crescita. Malattia di probabile natura genetica: il nonno bulgaro di André sormontava il fenomeno umano dai suoi 233 cm di statura. Discriminato per il suo mostruoso aspetto da Elephant Man, il volto già deforme e improntato a Neanderthal, come il personaggio di un dramma hugoliano André abbandona la famiglia quando è ancora quattordicenne e già misura 190 cm per 90 kg. Per tre anni scompare. Impossibile ricostruire quell’oscuro periodo. Lo si ritrova, diciassettenne, in una palestra parigina, dove viene notato da alcuni wrestler, che restano ovviamente colpiti dalla sua stazza e ne diventano amici. Inizia la formazione a quel rito ambiguo, cruento e grossolano, che è il wrestling .

A vent’anni André ha già lottato in Algeria, Sud Africa, Marocco, Tunisia, Inghilterra, Scozia e molti altri paesi dell’Europa occidentale. Non gli arride alcun successo. E’ una fisionomia stravolta, una fisiologia mostruosa, un ammasso di materiale organico informe e dedito al divertimento della vista altrui.

Il circo è eterno e ha i suoi martiri.

Nel 1971, André sbarca negli Stati Uniti. Emigrato in Canada, aveva iniziato a farsi notare con il nome d’arte Jean Ferré. Noto perfino in Europa, Jean Ferré è tornato a Grenoble e ha bussato alla porta dei coniugi Rousimoff, suo padre e sua madre. I due non comprendono il motivo per cui una star del wrestling si sia recato a trovarli e restano di stucco quando vengono a sapere che Ferré è loro figlio: cresciuto in altezza, stravolto nella fisionomia, assolutamente irriconoscibile rispetto a qualche anno prima. E ormai celebre.

I successi incominciano a sollevare curiosità e interesse nel mondo professionistico del wrestling Usa, finché si fa avanti uno dei promoter più importanti dell’epoca. Gli muta il nome: finisce Jean Ferré, inizia la leggenda di André The Giant. Esaurito nelle prevendite qualunque incontro in cui si preveda che lo spaventoso fisico di André The Giant schiacci carni tendini e ossa. André non si limita a lottare negli States. La fama deflagra, il pianeta impazzisce per il mostro forzuto, che spezza le catene e ringhia con la sua bocca da abnorme creatura ittica. Partecipa a tornei di svariate federazioni, conquistando titoli su titoli. In Giappone André è protagonista di incontri memorabili e diviene un’irrinunciabile attrazione per gli appassionati. Nel 1976 è protagonista di uno strepitoso quanto rapido incontro contro il boxer Chuck Wepner – un match che riscosse un successo schiacciante rispetto allo storico incontro, avvenuto nella stessa serata, fra il campione nipponico Antoni Hinoki e il leggendario Cassius Clay. E’ passando attraverso i fasti della federazione giapponese, ingaggiando una sfida ciclica ed estenuante con Antoni Hinoki, che André fa il suo ingresso nelle case e nella memoria degli italiani, per l’indiscusso merito delle trasmissioni di catch e poi wrestling messe in palinsesto dalle nascenti emittenti locali.

André partecipa da protagonista al successo sempre più crescente del wrestler mondiale.

Possedeva un ranch di 160 acri nel North Carolina.

Dormiva diagonalmente in un letto “king size”.

In un’unica serata, davanti a testimoni, consumò 117 bottiglie di birra tedesca.

Ebbe una figlia.

Gli furono offerti contratti come giocatore di football professionistico.

Partecipò nel 1987 al film The Princess Bride (La storia fantastica), nel ruolo del gigante buono Fezzik.

Indossava scarpe di taglia 22 statunitense, corrispondente il nostro 63.

Nel corso di un incontro disputato contro Killer Khan, André si frattura l’anca, ma porta a termine il match, risultandone vincitore: avverte soltanto un fastidio al fianco e per una settimana intera continua a salire sul ring e ad aggiudicarsi spettacolari sfide. All’ottavo giorno gli viene diagnosticata la frattura, invalidante per chiunque e però non per il ciclope di Grenoble.

Giunge a pesare 250 kg a causa dell’eccessivo consumo di birra. La forza di volontà del Gigante è proporzionata alla sua mole: si sottopone ad una dieta ferrea, che esclude gli alcoolici e gli prescrive di cibarsi soltanto di una mela al giorno. In un mese perde 40 kg.

A questo punto il Gigante muta radicalmente la propria immagine: entra nella scuderia del promoter dei wrestler “cattivi”, Bobby “The Brain” Heenan. André The Giant si trasforma all’improvviso in uno dei lottatori più odiati della federazione. All’acme della sua carriera, i promoter escogitano un incontro del Gigante col biondo wrestler americano Hulk Hogan. Il match, che ha luogo al Silverdrome di Pontiac, è senz’altro marchiato a fuoco nella storia del wrestling di sempre. Davanti a 93.000 spettatori (record attualmente insuperato) è André ad avere la peggio, mentre inarrestabile si fa la marcia trionfale di Hogan, il quale riesce a mettere al tappeto il Gigante – ed è la prima volta nella carriera del wrestler francese.

Inizia per André il lento declino – quest’annuncio universale della legge funebre e necessaria: purtroppo la sua malattia, se da un lato lo ha reso celeberrimo per la stazza anomala e mostruosa, si rivela un forte handicap. I suoi match diventano sempre più lenti e goffi. Il fisico pare bloccato da parkinsonismo. Si giunge addirittura a incontri in cui André sale sul ring e combatte con lo sconcertante ausilio di un bastone.

Il 27 gennaio 1993, la notte, tentando di addormentarsi, a Grenoble, nel letto sproporzionato che invade la stanza intera e la rimpicciolisce, a poche ore dal funerale di suo padre, la salma del genitore contratta a pochi metri, separato dal cadavere da una parete che può sfondare a mano nuda, il Gigante, giunto precipitosamente in Francia all’annuncio della scomparsa del padre, André The Giant muore di infarto miocardico acuto alla età di 46 anni.

Arnold

Arnold era il protagonista della fiction Il mio amico Arnold. In America si chiamava Diff’rent Strokes, in Italia la sigla veniva cantata da Nico Fidenco con il coro “I nostri figli” di Nora Orlandi, che ossessivamente ripetevano il refrain “Arnold, Arnold, sempre nei guai, una ne pensi, cento ne fai!”. Era un bambino di colore paffuto, simpatico, una peste. Arnold aveva un fratello, Willis (a cui lui diceva sempre “Che cosa stai dicendo, Willis?”), e insieme a lui era stato adottato dal signor Drummond, un wasp rimasto vedovo, che aveva una figlia naturale e naturalmente bianca, Kimberly. Vivevano in un attico davanti alle Torri Gemelle. Arnold e Willis erano un problema per Kimberly, una razzista al cui confronto Donald Trump è Nelson Mandela. Il signor Drummond non aveva polso, era bolso. Kimberly vessava i due fratellastri di colore come nemmeno in Libia. Il telefilm era un telegramma, che recava questo messaggio civile: non bisogna mai essere razzisti e qualunque famiglia è una famiglia.

Poiché Arnold era un bambino simpatico, si suppose che fosse diventato un adulto simpatico. Ecco, non proprio. Non nel senso che perse la simpatia. Nel senso che non è mai diventato adulto. E’ rimasto per sempre così come lo si è visto. Si chiamava Gary Coleman. Quando ha iniziato a girare Arnold, era già affetto da una rara patologia, il lupus nephritis, un disguido del sistema immunitario, una forma di nanismo che ti mantiene sempre con l’aspetto di un decenne. Subì numerose e importanti interventi chirurgici prima dei cinque anni, tra cui due trapianti non riusciti. Nonostante ciò, è rimasto in dialisi per tutta la vita.

All’apice del successo di Arnold, Arnold guadagna 70mila dollari alla settimana. L’America impazzisce per lui. Il mondo adora le sue guanciotte. Appena finisce Arnold, però, Gary Coleman crolla. Iniziano a farlo crollare i suoi genitori: sperperano in un anno tutti i guadagni del figlio: 4 milioni di dollari. Gary si ritrova malato e povero. Si indebita e va in rosso di 72mila dollari. Uno dice: sarà per le cure. No: ha contratto una dipendenza da modellini di treni.

Ne compra a centinaia. Tutta la sua casa è invasa da binari che si intersecano, scambi ferroviari in miniatura. Lui addirittura sale su un trenino della sua taglia e gira per le stanze. Si dà all’erba: fuma come un disperato. Assicura che è per lenire i problemi di salute. A un certo punto, abbandonato dai genitori, a cui ha fatto causa, Arnold deve trovarsi un lavoro, altrimenti è il fallimento. Diventa guardia giurata. E’ la sua rovina.

Mentre sta facendo sorveglianza in un grande magazzino, una donna elefantiaca lo nota, lo riconosce, gli chiede un autografo. Gary Coleman firma un foglio, lei pretende una dedica affettuosa. Gary Coleman dice che basta così. La donna lo mette all’angolo, lui la insulta. La casalinga disperata lo pressa, nel senso che lo schiaccia contro una parete, è enorme, Arnold soffoca, allora le tira un pugno in un occhio. Gary Coleman, denunciato per oltraggio e violenza, va a processo. Lo condannano, deve pagare circa 2mila dollari e frequentare un corso di elaborazione della rabbia per persone violente. E’ alto uno e quaranta e frequenta questo corso insieme ad aspiranti assassini e dropout che hanno preso a pugni moglie e figli.

Nel 1999 rilascia un’intervista alla rivista Us, sostenendo di essere ancora vergine a trentuno anni.

Passa a fare il venditore di auto. Alla disperata ricerca di un successo perduto, fa quello che fanno tutti gli attori sfigati: si candida per una carica politica, quella di governatore della California. Arnold deve affrontare Arnold: Arnold Schwarzenegger. E’ il 7 ottobre 2003, quando la CNN annuncia che Schwarzenegger ha vinto con quattro milioni e mezzo di voti. Ad Arnold ne sono andati quattordicimila.

Si sposa. Pochi giorni dopo avere celebrato e, si suppone, consumato le nozze, la moglie lo trova riverso sulla scalinata di casa, in una pozza di sangue. Terrorizzata, chiama soccorsi, inutilmente, mentre si lorda del sangue del congiunto. Arrivano a sospettarla di omicidio. Invece Arnold decede per cause naturali, così come per cause naturali era vissuto. Gary Coleman è morto, a 42 anni, il 28 maggio 2010.

(Non è soltanto questione di lui, di Gary Coleman. E’ tutta la serie Diff’rent Strokes a risultare l’11 settembre della tv occidentale, la Waterloo del divismo americano, il D-Day del nazismo telegenico. Arnold è l’opera d’arte della sfiga, un Picasso della malasorte, un Van Gogh della sfortuna.

Si consideri la sorellastra bianca di Arnold, che si chiama Kimberly ed è la figlia naturale del signor Drummond. La interpretava l’attrice Dana Plato. Era carina, sempre col fiocchetto e la gonna scozzese. Molto pulita, bianca, disciplinata. La perfetta ragazza della porta accanto. Solo verso la fine della serie tv era un poco ingrassata, ma niente di che. Ma non era ingrassata: era incinta. Si era sposata di nascosto con il rocker Lenny Lambert e di lì a poco era rimasta gravida. Quelli di Arnold l’hanno licenziata subito. Di lì, una tragedia senza fine.

Appena le nasce il figliolino, lei torna a bussare alle porte di Arnold. Il produttore si convince e la riassume: il ritorno di Kimberly farà fare un salto di audience. Non è vero: la serie viene chiusa di lì a poco. Passa un anno e l’amatissima mamma di Dana Plato muore di leucemia. Una settimana dopo la morte della mamma, il marito di Kimberly la molla e sparisce.

Siccome è sola e povera e ha il figlio a carico, Dana Plato accetta di esibirsi nuda su Playboy. La mossa non si rivela azzeccata: la sua carriera langue, nessuno la chiama più e lei viene arrestata nel corso di una rapina a mano armata in un videostore. Viene condannata a cinque anni di prigione, glieli abbonano, il suo caso commuove il cantante crooner di Las Vegas Wayne Newton, che le regala tredicimila dollari (si tratta di un tizio che soffre di una forte dipendenza da operazioni di chirurgia plastica e che spunta davanti agli occhi degli italiani nel film con Clooney e Pitt, Ocean’s Eleven).

La rovina di Dana Plato, però, non si ferma davanti a nulla; anzi, accelera. Viene arrestata per contraffazione di una ricetta medica che prescrive Valium – uno psicoformaco che si usa anche come droga –, oltre che per violazione di libertà condizionale. Si fa trenta giorni di galera. Esce di prigione e frequenta una comunità per tossicodipendenti. C’è un altro tipo di tossicodipenza da cui non riesce a liberarsi: la tv. Recita in B-movie televisivi come Bikini Beach Race. Appare in un videogioco. Partecipa a film a luci rosse. Diventa lesbica: fa outing sulla rivista di orgoglio saffico Girlfriends. Partecipa a una parodia softcore di Arnold. Si fa fotografare mostrando i buchi da eroina all’avambraccio.

Si suicida con un’overdose in una roulotte l’8 maggio 1999. Suo figlio e il suo ultimo convivente si sono disputati la proprietà della roulotte in tribunale.

L’attore che faceva la parte di Willis, il fratello di Arnold, si chiama Todd Bridges. A sei anni, vede alla tv la fiction Sanford & Son e decide di fare l’attore. Non immagina cosa lo aspetta, cioè esattamente quello che attende l’attore che interpreta Sanford, Red Foxx, morto di multinfarto tra atroci dolori, solo e disperato. Todd Bridges interpreta Willis in Diff’rent Strokes e di colpo diventa miliardario. Tocca l’apice con la partecipazione straordinaria a una puntata di Love Boat, per cui lo strapagano. Prima che Arnold finisca, Todd Bridges, che ha iniziato a farsi le canne da un paio di anni, denuncia la polizia di Los Angeles per molestie. Da questo momento inizia ad avere problemi di ordine automobilistico: viene accusato di estorsione a un venditore d’auto; viene arrestato per guida senza patente; viene sorpreso mentre cerca di rubare una macchina; viene denunciato per non avere pagato il conto di una compravendita di un’automobile. Lo accusano di rapina a mano armata, ma se la cava. Abusa di una convivente. Viene arrestato per possesso di droga. Torna ad avere problemi con le auto: usa la macchina prestatagli di un amico per sfondare un videostore dopo un alterco. Poi fa retromarcia. Poi ingrana la prima e rientra nel videostore. Carcere. Uscita dal carcere. Quindi subisce l’illuminazione: diventa il conduttore di una trasmissione televisiva evangelico-cristiana, sulla rete TBN, Trinity Broadcast Network).

Si tragga da queste vicende individuali e collettive, drammatiche e infere, il sorriso che si deve, la meditazione che è necessaria. Questa fu la fiction. Ora e sempre è e sarà la realtà.

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