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Quanti omicidi ci sono in un anno nel mondo?

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L’UNODC (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) ha recentemente pubblicato un nuovo rapporto relativo agli omicidi avvenuti nel mondo nel 2017. La relazione prende in esame tutti gli omicidi di tipo intenzionale, esclusi quelli avvenuti in zone di guerra e quelli che prevedano una giustificazione legale, come per i casi di legittima difesa o di omicidi da parte delle forze dell’ordine.

Stando ai numeri dell’analisi dell’UNODC, nel 2017 sono stati 464mila gli omicidi, ovvero il numero più alto degli ultimi 25 anni. Basti pensare che nel 1992, gli omicidi erano stati circa 395mila. Sempre nel 2017, 89mila persone sono morte in conflitti armati, mentre 26mila sono state le vittime di atti terroristici. La ricerca evidenza anche però che se il numero di omicidi nel mondo è in crescita, c’è anche una diminuzione della percentuale di rischio di esserne vittime. Infatti, è importante anche tenere conto dell’aumento della popolazione negli ultimi anni: se nel 1993 c’erano 7,4 omicidi per 100mila persone, nel 2017 questo dato è sceso a 6,1. Impressionante, inoltre, la percentuale stimata di omicidi avvenuti nel 2017 causati da organizzazioni criminali: ben il 19%. Cifre da far girare la testa se si pensa che dall’inizio del secolo a oggi il numero complessivo di persone uccise dal crimine organizzato è lo stesso di quelle morte a causa delle guerre.

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Secondo il rapporto, ci sono molte differenze nel tasso di omicidi a seconda delle zone prese in esame. Generalmente, il continente americano evidenzia un tasso maggiore di omicidi (17,2 per 100mila abitanti), seguito poi dall’Africa (13). Asia, Europa e Oceania, nell’ordine, si assestano invece sotto la media globale (rispettivamente con 2,3, 3 e 2,8 omicidi per 100mila abitanti).

Tuttavia, anche nel continente americano le percentuali cambiano notevolemente da paese a paese: nell’America centrale, El Salvador ha un tasso di omicidi ben sette volte superiore al Nicaragua (62,1 omicidi per 100mila abitanti contro 8,3); in Sudamerica, il Venezuela ha un tasso sedici volte superiore a quello del Cile (56,8 per 100mila abitanti contro 3,5). Importante comunque considerare che l’aumento del tasso di omicidi in determinate zone dell’America latina si spiega con diversi fattori e, in modo particolare, con la presenza di gang criminali.

Se in America la situazione va peggiorando, in Europa il tasso di omicidi è in diminuzione: si parla di 3 omicidi per 100mila abitanti nel 2017, ben il 63% in meno rispetto al 2002. In particolare, negli stati dell’Europa del sud il tasso è diminuito ancora maggiormente: dal 2,3 nel 1990 allo 0,8 nel 2017. In Italia, nel 2017 è stato circa un quarto di quello del 1990.

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Una diminuzione impressionante è stata rilevata anche in Asia, con il 36% di omicidi in meno del 1990, mentre i pochi dati disponibili riguardo al continente africano confermerebbero che la situazione sia rimasta abbastanza invariata rispetto agli anni passati. Lo studio, tra l’altro, sottolinea come il dato relativo ad alcuni paesi dell’Oceano Pacifico potrebbe essere molto più alto di quello registrato: in diverse comunità, infatti, più isolate e meno civilizzate, è facile che si preferisca ancora denunciare gli omicidi ai capi tribù o ad altre figure di potere locali piuttosto che alla polizia.

Altro focus del rapporto riguarda l’analisi delle vittime: l’81% degli omicidi riguarda uomini, con picchi eccezionali in determinate zone. I maschi, tuttavia, sono anche quelli maggiormente accusati di omicidio: nel 2016 su 133.500 accusati in 49 diversi paesi, solo il 10% erano donne. Discorso analogo anche per le condanne: dai dati relativi a 74 paesi, tra il 2010 e il 2017 le donne condannate in via definitiva per omicidio risultano essere il 6% del totale.

Le vittime più a rischio, secondo la ricerca, sarebbero i maschi tra i 15 e i 29 anni, un dato che non stupisce troppo se si pensa al incredibile numero di giovani arruolati dalle gang criminali in tutto il continente americano. Per quanto riguarda l’Europa, invece, le persone a più alto rischio sono di una fascia d’età più alta: tra i 30 e i 44 anni.

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Tendenzialmente questi dati restano invariati anche riguardo l’età delle vittime donne che però, a differenza dei maschi, rischiano molto di più di essere uccise da membri della propria famiglia (24%) o dal proprio partner (34%). La ricerca sottolinea anche come gli uomini che uccidono proprie partner hanno lavori migliori e un livello di vita più elevato, rispetto a quelli che uccidono persone con cui non hanno rapporti affettivi.

La relazione registra anche la quantità di giornalisti uccisi: negli ultimi dieci anni, il numero è spesso cambiato, passando dai 46 del 2008 agli 80 del 2017, con un picco di 124 nel 2012. Importante precisare che nella maggior parte dei casi, le morti sono avvenute in zone di guerra, ma nel 2017 ben la metà degli omicidi di giornalisti è avvenuto in luoghi in cui non erano in corso conflitti armati.

Altro focus del rapporto dell’UNODC sono le cause degli omicidi: la gran parte possono essere spiegati con motivazioni di natura socio-economica, non a caso avvengono in zone del mondo dove sono maggiori le ineguaglianze sociali, con più disoccupazione e instabilità politica, e dove è più radicata la criminalità organizzata. Lo studio però nota che ci sono anche diverse zone dove i livelli di omicidi, alti o bassi che siano, non sono spiegabili esclusivamente con ragioni socio-economiche, citando invece come fattori importante il consumo di droghe e alcol e il progresso raggiunto nell’uguaglianza di genere.

Per tutti questi motivi e analizzando tutti i dati raccolti, l’UNODC ritiene necessario che i governi dei singoli paesi attuino strategie mirate a migliorare le condizioni di vita, la salute e l’educazione dei propri abitanti: sarebbe questa l’unica via per abbassare nei prossimi anni il tasso di omicidi. Tuttavia, per come sono le cose al momento, l’UNODC ritiene difficilmente raggiungibile l’obiettivo delle Nazioni Unite di riuscire a ridurre le forme di violenza in tutti gli stati membri entro il 2030.

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Dottore in Scienze Umanistiche per la Comunicazione, laureato all’Università Statale di Milano con una tesi sull’editoria multimediale e la comunicazione online, è da diversi anni social media strategist, copywriter e autore per il Web, per la TV e per la radio.
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