#COVID19 L'ORA D'ARIA

L’anno del diluvio

di Paolo Pepe
Docente di Letteratura Inglese di eCampus

Dinanzi all’onda della pandemia montante, agli isolamenti forzosi, all’abnegazione di tanti, alcuni giorni fa diverse stazioni radiofoniche europee hanno lanciato l’idea di trasmettere tutte, alle 7.45 pomeridiane di venerdì 20 marzo, la canzone dei “Gerry & The Peacemakers”: You’ll Never Walk Alone (Non camminerai mai solo). Così, per sentirsi uniti, parte di un tutto.

Nata nel 1963 nei locali del Merseyside, intorno ai docks di Liverpool (fonte wikipedia), la canzone era stata presto scelta dai supporter della locale squadra di calcio come inno (uno dei più belli mai intonati negli stadi di tutto il mondo) e attraverso di loro diffusa, come un virus, nell’intero globo terracqueo.

Al di là della contingenza effimera e popolare, che fa sempre storcere il naso ai molti intellettuali radical-chic, il motivo, con il suo refrain (Walk on, walk on / With hope in your heart / And you’ll never walk alone / You’ll never walk alone), vive da allora come richiamo riconosciuto alla solidarietà e al senso di comunanza, immaginati quali valori fondativi di una collettività, grande o piccola che sia. Nel 1984 lo si sentiva risuonare nelle strade e lungo i sentieri dello Yorkshire da dove era partita la serrata dei minatori poi sfociata nel drammatico sciopero nazionale – lo UK Miner’s Strike – stroncato con irremovibile durezza dalla Thatcher, sprezzante corifea delle ferree leggi del neoliberismo e dell’ordine.

Proprio in questi giorni è diventato virale il video di alcuni medici e infermieri di un ospedale britannico che lo hanno gridato a squarciagola ai colleghi e ai malati “sigillati” in un asettico reparto di terapia intensiva. Quasi un rito liberatorio, di commovente inanità.

Flashback: durante una delle periodiche epidemie di peste che colpivano la Londra elisabettiana, indubbio segno dell’ira divina (secondo l’anatemica equazione “sin as sickness”), Shakespeare, essendo chiusi i teatri, probabilmente compose (la datazione è incerta) i suoi “zuccherosi” e agonici Sonnets, sofisticato intreccio di terrene passioni e aneliti d’immortalità.

Storie su storie. Associazioni.

Vorrei partire da qui, dalle molteplici sfumature del quotidiano e da quello che sorprendentemente suggeriscono, per scrivere di tanto in tanto, in queste nostre Conversazioni, una pagina o una minima massima (al solo risuonare del termine l’amato La Rochefoucauld, temo, avvertirà di nuovo il sudor freddo della morte) sulle crisi e le presumibili o presunte opportunità di cui sarebbero feconde portatrici; per parlare di intelligenza e creatività, di ragioni meschine e sentimento, di ciò che ci rende (forse) unici e umani. Brevi estratti di esperienze personali o anche epigrammatiche, fuggevoli riflessioni sul passato e sul futuro, per ripensare questo nostro presente di sciocchi sapienti.

Alla prossima.

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