#COVID19 L'ORA D'ARIA

Il segreto? Scollinare

di Andrea De Giorgio
Docente di Psicologia fisiologica e delle emozioni

È importante non sottostimare i piccoli avversari:
puoi vedere un elefante, una piccola zanzara, ma non un virus

INT. SUPERMERCATO – GIORNO

Tiziana si avvicina alla corsia dei biscotti, deserta, con in mano un cesto rosso riempito a metà. Imbocca la corsia; l’uomo con la mascherina e i guanti, dall’altra parte, poggia le mani sul carrello, fa per svoltare a destra ed entrare nella corsia, getta uno sguardo e si blocca.

Il rumore acuto del carrello vuoto si silenzia.

Tiziana si ferma e lancia uno sguardo verso l’uomo; l’uomo ricambia lo sguardo, impietrito. Entrambi restano sul posto.

Tiziana dopo qualche secondo di incertezza compie il primo passo ed entra nella corsia; l’uomo resta immobile dall’altra parte.

L’uomo vince l’incertezza ed entra nella corsia. Si incrociano sguardi fuggevoli. L’uomo lancia un’occhiata severa verso Tiziana che non ha né mascherina né guanti. Tiziana sorride e con un cenno del capo saluta.

Questa è una scena cui ho assistito pochi giorni fa in un supermercato. È stato estremamente interessante riflettere sulle diverse tipologie di persone che possiamo incrociare in questi giorni. Senza entrare in considerazioni di carattere psicologico o psicopatologico, mettendo fuori il naso da casa (laddove possibile!) osserviamo persone che si vestono – o che se potessero si vestirebbero – come degli scienziati in missione in un’area supercontaminata; persone che tengono le dovute precauzioni, con la mascherina e i guanti; soggetti che vivono più liberamente il momento, senza mascherina, ma con estrema attenzione; individui che affrontano la pandemia come se non esistesse e come se fosse un complotto internazionale (avete presente i “non cielo dikono!1!!1!”?).

La questione che vorrei evidenziare e su cui vorrei riflettere con il lettore, non è tanto cosa sia giusto o non giusto fare ora per affrontare il problema biologico da una parte e quello psicologico dall’altra, quanto cosa sarà della nostra vita quando tutto questo sarà passato. Sì, passato, perché l’umanità ha superato cose peggiori: guerre sanguinarie, virus come quello che ha provocato la spagnola o batteri responsabili di colera e peste.

Ad esempio, la scena del supermercato di cui sopra è sintomo di una tensione di fondo, di paura, di forte attenzione da una parte e di un approccio più sereno all’ineluttabile dall’altra. Ma questi comportamenti resteranno anche per molto tempo dopo la fine dell’epidemia. Chi in questo momento affronta la paura vestendosi come se fosse in corso una guerra batteriologica tra due superpotenze mondiali, verosimilmente alla fine delle restrizioni non si trasformerà magicamente nella Tiziana della scena. Dovremo abituarci a una vita differente. Per molto tempo non potremo più liberamente abbracciarci. Non potremo stringerci le mani per presentarci. Stare fianco a fianco con una persona sconosciuta in un cinema. I mezzi pubblici saranno forse ripensati per tenere una quota di distanza tra i passeggeri (ma sono persuaso a credere che queste due ultime scene incontrino il favore di molti).

Altra riflessione è possibile farla su ciò che sta accadendo nelle case di ciascuno di noi: nuovi ritmi, nuove abitudini e magari, non me ne vogliate, persone sotto lo stesso tetto che sembrano sconosciute. In questo periodo molte famiglie si rinsaldano, altre si distruggono. E come reagiremo al ritorno alle vecchie abitudini? Passata l’emergenza ci sarà un lungo “periodo cuscinetto” nel quale i nostri ritmi cambieranno nuovamente, ma no, non sarà facile tornare al prima. Il motivo è che ci siamo abituati ad altre routine. Uscire ed entrare in una routine è molto faticoso, c’è chi parla di 21 giorni, ipotesi non suffragata da alcun articolo scientifico, ma empiricamente riscontrabile da tutti noi. Bene o male avevamo già dei nostri riti al mattino o alla sera. Riti che si sono persi, sfaldati, rivoluzionati. Se ne sono insediati altri tra i meandri delle nostre sinapsi. E come si fa a notarlo? Il fenomeno è curioso. In una prima fase siamo gasati dal nuovo. Mille progetti, mille propositi. Ad esempio, iniziamo a fare yoga a casa in compagnia di muscoli di cui non conoscevamo neppure l’esistenza e articolazioni che scricchiolano. Per qualche giorno non dobbiamo forzarci a dedicare un dato spazio orario a questa attività, ci pensa l’entusiasmo del nuovo a sostenerci nella volontà. Poi accade qualcosa. Di colpo, un giorno, non ci va più di farlo. Questo è il momento cruciale: se superiamo questo scoglio entriamo nella nuova routine. È allora che se ce la tolgono provocano in noi irritazione. È la prova definitiva che la routine è diventata un vero e proprio rito irrinunciabile. Si può sfociare addirittura nella dipendenza, ma questo è un altro discorso.

 Bene, spostiamolo sull’ambito lavorativo. Per chi riesce a fare tutto o quasi il lavoro da casa, strutturando nuove routine e riti già a partire, magari, da una colazione meno frugale, sarà ancora così lieto – se mai lo è stato – di dover prendere un treno o mettersi solo in una macchina con tante altre persone sole in altre auto, tutti insieme nell’immancabile assembramento in tangenziale (quello sì, rimarrà ancora possibile)? Permettetemi di dubitarlo. Ma il segreto resta sempre lì, in quel momento in cui dobbiamo scollinare, per usare un gergo ciclistico, da una routine all’altra. Sì, non cedete al fascino del “Lo facevo già prima, sarà facile tornare a farlo”.

Le nostre vite sono cambiate. Prendiamone piena consapevolezza e iniziamo da ora a prepararci mentalmente al dopo. Che sarà paradossalmente, provate a credermi, più duro di quanto sia ora. Negativo? No, realistico. Scientificamente.

Le note positive non stanno mancando. C’è solidarietà, molto più tra singoli cittadini che tra Stati. I gruppi di lavoro ospedaliero superano antichi rancori e si rinsaldano per affrontare l’emergenza. A casa abbiamo tempo, tanto tempo a disposizione. Possiamo utilizzarlo per fare quella chiamata che da tanto vorremmo fare. Iniziare a leggere quel libro che continua a guardarci severo dalla libreria. Imparare una nuova lingua. Costruire un Lego. Buttare via tutto ciò che di superfluo si affastella nelle nostre abitazioni.

Il segreto è sempre uno: scollinare.

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