#COVID19 L'ORA D'ARIA

La mia città, ora, si misura in passi

di Cecilia Traina
Architetto

La mia città, ora, ha una forma irregolare: si sviluppa lungo tre direttrici di lunghezza diversa.

La mia città, ora, si misura in passi, i miei, e non in metri o in chilometri, troppo astratti, o in tempo per percorrerla, perché, ora, di tempo ce n’è tanto:

352 passi verso sud-est da casa all’edicola;

647 passi verso nord-ovest dall’edicola a casa dei miei genitori;

352 passi verso sud-est-da casa dei miei genitori a casa mia;

1294 passi verso nord da casa alla farmacia;

che diventano un po’ di più se decido di zigzagare tra le vie strette del ghetto.

La mia città è piatta e con l’orizzonte breve e, ora, è fatta di continui déjà vu di case, marciapiedi, visi mascherati e cani al passeggio – mai visto così tanti cani trascinati a passeggio.

Il mio spazio di vita, ora, non è più la mia città, ma la mia casa, che misuro in pochi passi – 31 dall’ingresso al fondo del giardino – ma è meno piatta della mia città, con una scala per raggiungere le camere e una per andare in cantina.

La mia casa, ora, è la mia città: in soggiorno vado al lavoro, al bar a far aperitivo con le amiche o al pub per un hamburger o al cinema o a teatro o in palestra; in cucina vado al ristorante; in giardino vado nei parchi e sulle mura.

La mia casa, ora, però non assomiglia molto alla mia casa: è piena di cose che non ne facevano parte prima e che l’hanno privata della sua armonia. È disordinata anche se pulitissima. È uno spazio imploso.

La mia casa non è fatta per viverci la vita. Se la cava bene, ma non è la mia città.

E allora oggi, 1515 passi, sono arrivata un po’ più in là della farmacia e improvvisamente, dietro la curva, è apparso, imponente contro il cielo azzurro, il campanile della cattedrale. E la mia città ha ritrovato la sua forma regolare, le sue strade maestose, i suoi palazzi e le sue mura.

Poi, chissà, fuori dalla mia città cosa mi aspetterà.

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