#COVID19 L'ORA D'ARIA

Il grido assordante nel silenzio

di Mario Pesce
Docente di Antropologia d eCampus

L’oblio degli ultimi al tempo del Covid19

È comune, in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, con la pandemia del Coronavirus, perdere la voglia di ascoltare tutte le news sui diversi canali TV, radio o sulla rete.

Ma un aspetto vorrei sottolineare e che ha come filo conduttore la categoria della violenza che si declina con la difficoltà, delle fasce più povere, degli esclusi come i senza tetto o gli anziani delle case di cura, esclusi tout court, di essere rappresentati, almeno in questo momento. Ma non solo, la difficoltà di rappresentazione è anche nella imago mediatica della violenza di genere. In Italia, secondo le statistiche, avviene un femminicidio ogni tre giorni, oggi sembra un fenomeno in frenata ma sappiamo bene che non è così, purtroppo.

Una violenza, quella dei media, che si sviluppa attraverso una televisione del dolore che espone i freddi numeri dei decessi e sibisce storie tristi ma comuni da una parte e, dall’altra, instilla speranza mostrando eroi che ogni giorno rischiano la vita per combattere una chimera coronata. Vorrei essere chiaro io non metto in dubbio che medici, infermieri, forze dell’ordine, protezione civile, esercito e vigili del fuoco (e se ho dimenticato qualcuno chiedo venia) si stiano comportando da eroi, quello che metto in dubbio è usare l’aspetto emotivo molto più che una sana e competente riflessione, per dirla con le parole di Noam Chomsky.

A parte le scarne notizie sugli ultimi, gli esclusi e sulle donne vittime di violenza di genere al tempo del Covid19, quello che emerge è che chi è escluso, dimenticato, tenuto in disparte dalla società che lo vede come un peso, sembra quasi vivere un momento nuovo che ricorda la teoria eugenetica dell’inizio del XX Secolo. Quindi da una buona nascita, significato letterale di eugenetica, siamo arrivati a un buon fine vita e se in silenzio e senza essere visti è meglio.

Ancora meno sappiamo di tutte quelle donne che vivono una violenza nascosta, una violenza intima, una estrema violenza: quella familiare e di prossimità da parte del proprio partner, marito o parente stretto. Sempre maschio possiamo aggiungere.

La violenza di genere è un tipo di abuso subdolo, che si insinua nelle maglie della fiducia di una donna, per mezzo di una persona a lei vicina. È un momento difficile, drammatico, devastante che solo negli ultimi anni ha avuto la rappresentazione sociale e la giusta eco che merita.

Quello che manca, allora, è la loro voce, la capacità di esprimersi, il loro modo di raccontare la loro vita e, infine, di essere ricordati. Possiamo dire che tutto è ancor di più bloccato: le loro relazioni, le loro fragili, disomogenee e labili relazioni sono dissolte. In una parola la loro dignità è spezzata.

Voglio scomodare Charles Taylor che declina la sua idea di dignità come riconoscimento degli individui che, e io sono d’accordo con lui, significa una richiesta legittima di riconoscimento sociale di ogni individuo.

Sembra quasi, ma è un’idea nemmeno troppo repentina, che anche nella pandemia ci siano persone di serie A e persone di serie B. Ed è forse la loro poca rappresentazione nella vita comune a disporre del loro oblio. In questo caso, allora, queste persone sono morte due volte, una volta fisicamente e l’altra culturalmente. Cala il sipario e, di conseguenza, il silenzio su uomini e donne che hanno come unico difetto quello di essere mediaticamente e socialmente fuori luogo o fuori posto.

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