Milton Friedman: le principali teorie economiche e perché sono importanti ancora oggi

da | Mar 11, 2026 | Pionieri e visionari

Milton Friedman (1912-2006) è stato uno dei più importanti (e discussi) economisti del XX secolo. Insignito del Premio Nobel per l’Economia nel 1976, professore all’Università di Chicago per oltre trent’anni, Friedman è ritenuto l’economista che ha cambiato il modo in cui si pensa all’inflazione, alla disoccupazione e al ruolo della moneta nell’economia.

Le sue idee hanno ispirato le politiche di leader mondiali come Margaret Thatcher e Ronald Reagan, influenzando ancora oggi il dibattito economico, accademico e politico.

Il monetarismo: l’inflazione è sempre causata dalla moneta

Il monetarismo è la teoria per cui Friedman è maggiormente noto, e può essere riassunta con una sua frase: “L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario”. Questa visione è in contrapposizione con quella keynesiana dominante del dopoguerra, in cui si attribuiva alla politica fiscale (spesa pubblica e tassazione) di uno Stato il compito di stabilizzare l’economia ciclicamente. 

Secondo Friedman, invece, l’inflazione non nasce da una spesa pubblica eccessiva o da salari troppo alti, bensì dipende dall’eccesso di moneta in circolazione rispetto ai beni prodotti. Se la moneta aumenta troppo velocemente, il risultato sarà principalmente l’aumento dei prezzi, non un aumento duraturo dell’occupazione.

A sostegno della sua teoria, Friedman insieme all’economista Anna Schwartz studiò la storia monetaria degli Stati Uniti e dimostrò che la Grande Depressione del 1929 non fu un fallimento spontaneo, ma fu aggravata dalla Federal Reserve che aveva lasciato crollare l’offerta di moneta del 30% in pochi anni. Una lezione che tutte le banche centrali hanno imparato, per esempio durante la crisi del 2008 in cui la Federal Reserve inondò il sistema di liquidità per evitare un crollo simile.

Il reddito permanente e il reddito transitorio

Secondo la teoria del reddito permanente, le famiglie basano le proprie decisioni sulla media ponderata del reddito atteso nel corso dell’intera vita (o comunque a lungo termine).

Una distinzione chiave è tra il reddito permanente e reddito transitorio: se aumenta un reddito percepito temporaneo (ad esempio un bonus una tantum), questo verrà in gran parte risparmiato perché le prospettive a lungo termine non sono cambiate. Al contrario, se ad aumentare è il reddito permanente (ad esempio una promozione lavorativa), la conseguenza sarà un aumento proporzionale dei consumi.

La teoria del reddito permanente influenza principalmente le politiche fiscali: un taglio fiscale temporaneo ha effetti contenuti sui consumi perché viene percepito dalle famiglie come un reddito transitorio da risparmiare piuttosto che da spendere.

Il tasso naturale di disoccupazione e la critica alla curva di Phillips

La curva di Phillips è una teoria macroeconomica che descrive la relazione inversa tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione: più inflazione, meno disoccupazione e viceversa.

Friedman ruppe questo paradigma sostenendo che questa relazione possa valere solo nel breve termine. Introdusse il concetto di tasso naturale di disoccupazione secondo cui esiste un livello di disoccupazione “fisiologico”, compatibile con le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro, che possono essere per esempio il tempo per trovare un nuovo impiego o il disallineamento tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende.

I governi possono abbassare temporaneamente la disoccupazione sotto questo livello “naturale”, ma solo ingannando i lavoratori con salari nominali più alti ma che in realtà sul lungo termine non valgono di più: una volta che le aspettative si adeguano, la disoccupazione tornerà al suo livello naturale e l’unico effetto permanente sarà un’inflazione maggiore.

Questa teoria fu confermata negli anni Settanta con episodi di stagflazione, cioè alta inflazione e alta disoccupazione simultanea, considerate fino ad allora impossibili. Il dibattito che ne seguì trasformò profondamente la macroeconomia e la teoria delle politiche monetarie.

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