Lev Manovich è uno dei massimi teorici dei media digitali contemporanei. Nato a Mosca nel 1960, Manovich si è formato tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, studiando architettura, pittura, cinematografia e informatica, un mix insolitamente multidisciplinare ma che gli ha permesso di imparare a leggere i fenomeni digitali con uno sguardo che abbraccia l’arte, la filosofia, la semiotica, la linguistica, l’informatica e le scienze sociali.
La sua opera principale, Il Linguaggio dei Nuovi Media (2001), analizza il modo in cui i linguaggi artistici e media tradizionali si siano evoluti con l’avvento del digitale, un’analisi dei media paragonabile a quella di Marshall McLuhan.
La teoria de Il Linguaggio dei Nuovi Media
Nel 2001 Manovich ha pubblicato il suo capolavoro, Il Linguaggio dei Nuovi Media, considerato uno dei testi fondativi degli studi sui media digitali. Qui propone che i nuovi media non siano semplicemente una versione digitale o tecnologicamente aggiornata dei media tradizionali, ma siano un sistema culturale radicalmente nuovo, con principi propri. Manovich osserva che tutti i nuovi media (immagini, suoni, video, testi) sono oggetti numerici, una natura matematica quindi che ha conseguenze anche sul piano culturale e comunicativo.
L’autore individua cinque principi fondamentali che caratterizzano questi nuovi media. Il primo è la rappresentazione numerica, cioè ogni oggetto media digitale può essere descritto matematicamente e manipolato tramite algoritmi. Il secondo è la modularità, che indica la natura dei contenuti digitali in cui ogni elemento può essere riorganizzato e riutilizzato mantenendo sempre la propria identità. Il terzo è l’automazione, cioè la capacità dei sistemi digitali di generare e modificare dati senza intervento umano. Il quarto è la variabilità dei contenuti digitali che, a differenza di quelli tradizionali, possono esistere in versioni potenzialmente infinite, personalizzabili e modificabili. L’ultimo è il principio di transcodifica culturale, secondo cui il digitale trasforma la logica culturale tradizionale attraverso quella del computer, creando una nuova cultura ibrida.
Le teorie di Manovich hanno avuto un impatto profondo, introducendo una nuova metodologia per leggere la cultura contemporanea, dimostrando che i nuovi media sono dei veri e propri linguaggi artistici e comunicativi che modellano le esperienze umane.
Altri contributi di Manovich
Uno dei contributi più significativi di Manovich è lo sviluppo della Cultural Analytics, sviluppata a partire dal 2007 e approfondita nel suo libro omonimo del 2020. Manovich ha sviluppato un approccio metodologico multidisciplinare che applica tecnologie computazionali come machine learning, analisi statistica e visualizzazione dei dati, allo studio su larga scala di oggetti culturali come film, libri, dipinti, canzoni. Con questo approccio è possibile identificare pattern, tendenze e trasformazioni su scale temporali e quantitative enormi, impossibili da analizzare solo con l’occhio umano.
Un altro lavoro fondamentale è quello legato ai software studies, cioè gli studi dedicati ai software in cui viene analizzato il ruolo dei programmi informatici come veri e propri oggetti culturali. In Software Taks Command (2013), Manovich analizza nel dettaglio software come Photoshop e After Effects e come i loro tool ed interfacce plasmino l’estetica visiva dei media e design contemporanei. Lo studio di questi software è essenziale per comprendere appieno la cultura contemporanea perché sono essi stessi a determinare come produciamo, condividiamo e percepiamo l’informazione digitale.
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