Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il direttore per l’Istruzione dell’OCSE Andreas Schleicher hanno presentato ieri il rapporto Education at a Glance 2026, la rilevazione annuale con cui l’OCSE confronta i sistemi d’istruzione dei Paesi membri e partner, Italia inclusa.
Tema centrale dell’edizione 2026 è la carenza di insegnanti, ma il documento attraverso l’intero percorso formativo, dalla scuola dell’infanzia all’università, fino ai livelli di occupazione e la spesa pubblica. Il quadro che ne emerge è misto: l’Italia segna progressi evidenti sul fronte dell’abbandono scolastico e dei NEET, tuttavia restano da colmare le distanza dalla media OCSE per quota di laureati e per vantaggio salariale legato al titolo di studio.
Dispersione scolastica e NEET in calo
È un dato positivo quello della dispersione scolastica, scesa dall’11,5% del 2022 all’8.2% del 2025, raggiungendo così con un largo anticipo di cinque anni l’obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030. Le stime dell’Invalsi, inoltre, indicano per il 2026 un ulteriore calo al 7,3%.
Anche la quota di giovani NEET (Not engaged in Education, Employment or Training) segna una diminuzione: tra i 18 e 24 anni è scesa dal 30% del 2015 al 16% del 2025, mentre la media europea è passata dal 16% al 13%. Alla riduzione hanno contribuito misure come Garanzia Giovani, il programma GOL e il programma Giovani, Donne e Lavoro 2021-27, affiancate da interventi di prevenzione come Agenda Sud e Agenzia Nord.
Sul fronte dei percorsi, l’84% dei nuovi iscritti alla secondaria superiore conclude un programma entro due anni dal termine teorico, contro l’85% della media, con le ragazze in vantaggio di 11 punti percentuali rispetto ai ragazzi.
Laurea, lavoro e competenza
La formazione universitaria italiana rimane, purtroppo, indietro rispetto a quelle dei Paesi partner. In Italia solo il 22% degli adulti tra i 25 e 64 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, contro il 43% della media OCSE, mentre la quota di adulti con diploma secondario superiore o post-secondario non terziario, pari al 45%, supera la media del 39%.
Tuttavia, si registra un trend positivo nel passaggio dalla scuola superiore all’università: a un anno dal diploma il 60% degli studenti risulta iscritto a un corso di laurea triennale o magistrale, a fronte del 35% medio, mentre il 38% non è più in formazione e, tra questi, il 44% lavora.
Sul piano occupazionale i dati sono positivi. La disoccupazione giovanile con titolo terziario è calata dal 15% del 2015 al 6% del 2025, avvicinandosi così alla media OCSE del 5%. Più contenuto, invece, il vantaggio retributivo associato alla laurea: i lavoratori a tempo pieno con titolo terziario guadagnano il 35% in più rispetto a chi ha un diploma secondario superiore, contro il 54% medio OCSE. Il dato cambia in base al livello di laurea: chi una laurea triennale percepisce solo il 4% in più, mentre chi possiede una laurea magistrale o un dottorato percepisce il 44% in più.
Un altro aspetto analizzato dal report OCSE è legato al lifelong learning: il 34% dei 25-44enni italiani ha seguito attività di formazione non formale nell’ultimo anno, contro il 52% della media OCSE, e il 32% dei 45-64enni, contro il 45%.
Risorse, docenti e divari
Per quanto riguarda gli investimenti, la spesa pubblica per l’istruzione dalla primaria alla secondaria superiore non terziaria è scesa dal 2,8% al 2,7% del PIL tra il 2015 e il 2023, a fronte di una media OCSE passata dal 3,2% al 3,1%, mentre quella per il livello terziario è aumentata dallo 0,8% allo 0,9%. Nel complesso, la spesa pubblica per l’istruzione si è mantenuta costante al 3,6% del PIL, in controtendenza rispetto al calo registrato in media dagli altri Paesi. La spesa per studente, come spiegato da Valditara, “è stata in Italia di quasi 14.000 euro, rispetto ai 13.231 della media OCSE: in Italia si spende di più per studente. In questi ultimi due anni la spesa complessiva per istruzione è aumentata del +9% due anni fa e del +1,85% nell’ultima legge di bilancio”.
Passando alla questione dei docenti, tema centrale dell’edizione di quest’anno, il rapporto registra che in Italia il 14,9% degli insegnanti della secondaria di primo grado ha intrapreso l’insegnamento come seconda carriera, quasi il doppio rispetto l’8,4% della media OCSE, e il 36% dei docenti della secondaria ha almeno 55 anni, in calo rispetto al 46% del 2015 ma ancora sopra il 25% medio.
Gli stipendi rimangono un punto delicato: i docenti della scuola dell’infanzia guadagnano in media il 36% in meno degli altri lavoratori con titolo terziario e quelli della secondaria di primo grado il 33% in meno, e soltanto il 22,6% degli insegnanti si dichiara soddisfatto della retribuzione, contro il 38,7% della media. Tuttavia, il rapporto segnala i recenti aumenti previsti dai rinnovi del CCNL.
Tra il 2015 e il 2024 gli studenti della primaria sono diminuiti dell’11% e il numero di insegnanti è cresciuto del 4%, con la popolazione tra i 5 e 14 anni che dovrebbe ridursi del 18% entro il 2033, con una conseguente minore domanda di docenti a parità di politiche.
Il divario territoriale rimane ampio: la quota di laureati varia dal 17% della Sicilia al 29% del Lazio. Il Paese presenta il maggiore scarto tra regioni nei tassi di occupazione, pari a 38 punti percentuali tra gli adulti senza diploma secondario superiore, che si riduce a 18 punti percentuali per i laureati.







