Umberto Eco: la semiotica e la comunicazione nell’era dei media digitali

da | Mar 18, 2026 | Pionieri e visionari

Umberto Eco (1932-2016) è stato uno degli intellettuali italiani più importanti del XX secolo: semiologo, filosofo, scrittore, traduttore e medievalista, Eco ha conquistato il grande pubblico nazionale e mondiale principalmente col suo romanzo Il nome della rosa, vincitore del premio Strega, bestseller internazionale tradotto in oltre 40 lingue e trasposto in un film e in una serie televisiva.

Eco è stato un punto di riferimento internazionale per lo studio dei segni (semiotica), dei media e dei processi comunicativi, tanto da ottenere quaranta lauree honoris causa da prestigiose università europee e americane. Nel 1971 fu uno dei fondatori del corso di Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo (DAMS) di Bologna, nonché del corso di laurea in Scienze della comunicazione.

I contributi di Umberto Eco alla semiotica

La semiotica è quella disciplina che studia i segni e il modo in cui questi hanno un senso (cioè “significazione”). Eco ampliò questo concetto, trasformandola in una disciplina che studia tutti i processi culturali come processi di comunicazione. Per lui la semiotica non doveva limitarsi solo al linguaggio verbale, ma anche a immagini, abiti, architetture, prodotti, trasformando questa disciplina in una scienza culturale capace di analizzare come le società attribuiscano significato al mondo.

Un altro contributo fondamentale alla semiotica è la distinzione tra testi aperti e chiusi. I testi aperti, come quelli tipici dell’arte o della letteratura, richiedono una partecipazione attiva da parte del lettore, ed invitano ad interpretazioni diverse senza imporre un’unica lettura corretta. Al contrario i testi chiusi, come i manuali tecnici o la pubblicità, cercano di controllare la lettura in modo molto più forte, riducendo al minimo i margini di interpretazione per trasmettere un messaggio chiaro e specifico. Eco nel suo lavoro dimostra che sia i testi chiusi che quelli aperti si basano su esigenze culturali e comunicative diverse, ma usano gli stessi meccanismi semiotici.

Eco e la comunicazione nell’era dei media digitali

Un altro campo che interessava particolarmente ad Eco era la comunicazione, i media, i mass media, Internet e la loro influenza sulla società, dedicando ad essi numerosi saggi.

Uno dei suoi interventi più celebri è Verso una guerriglia semiologica, in cui propone l’idea di una “guerriglia semiologicacontro l’egemonia dei mass media. Per Eco, i pubblici non devono semplicemente limitarsi a ricevere passivamente, ma devono imparare a decodificare criticamente i segni, smontando le strategie persuasive e le manipolazioni simboliche.

Per il filosofo, i mass media possono sì democratizzare la conoscenza ed ampliare il dibattito pubblico, ma anche uniformare i gusti, diffondere stereotipi e una sovrabbondanza di informazioni tale da rendere sempre più difficile distinguere il vero dal falso.

E a proposito dei social media, nel 2015 disse: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Da qui nasce anche una delle riflessioni forse oggi più importanti che mai: la società di oggi richiede strumenti culturali solidi per orientarsi, leggere, interpretare, contestualizzare e comprendere i segni e i messaggi. E la soluzione, per Eco, è lo studio della complessità e della semiotica.